Archeologia e preistoriaCome è ormai scientificamente condiviso, l’umanità attuale deriva da un'unica specie africana, sviluppatasi però in Africa Orientale, ed in Senegal le prime attestazioni di presenza umana risalgono al Paleolitico.
Agricoltura e pastorizia, nel periodo tradizionalmente chiamato Neolitico, sono attestati in numerosi siti che hanno restituito un’abbondanza di materiali e sono stati oggetto di ricerche da parte di numerosi studiosi americani ed europei, oltre che senegalesi, cosi come i siti protostorici, caratterizzata in questa zona della presenza di megaliti. Storia All'estremo occidente della grande fascia di territorio distesa tra l'Atlantico e il mar Rosso, che gli arabi antichi chiamavano bilad as-Sudan, il paese dei Neri, il fiume Senegal ritaglia l'attuale Repubblica del Senegal.
Molto prima che alla colonizzazione europea, la storia di questo paese è legata a quella dei grandi imperi sorti nell'Africa occidentale tra il IV e il XVII secolo ed è segnata de avvenimenti fondamentali, come l’arrivo dell’Islam che segna l’inizio della presenza di fonti scritte.
A partire dal VIII secolo si parla di archeologia storica, considerando le prime fonti arabe sull’africa sub-sahariana come l’inizio del periodo medievale. l periodo che intercorre tra l’arrivo dei portoghesi e la colonizzazione è considerato il periodo moderno e va dal 1590 al 1850. Infine il periodo contemporaneo va dal 1850 ai nostri giorni.
Il periodo antico Tra il IX e il XIII secolo il Fuuta Tooro (Valle media e inferiore del fiume Senegal) si trovava su rotta una commerciale transahariana, questa regione fu successivamente nell’orbita dell’autorità dei tre grandi imperi dell’epoca: l'impero del Ghana (IV-XI secolo), quello del Mali (XIII-XVI secolo) e quello di Gao (fine XV-XVII secolo). Qui comparve il primo regno senegalese di cui si abbia notizia storica, quello di Tekrur, in quel periodo dominato dalla dinastia dei Dia-Ogo (o Dyago), tributario dell'Impero del Ghana. Secondo il cronista arabo Al Bakhri (1080), il re peul Waar Jaabi accolse amichevolmente le avanguardie degli Almoravidi che arrivavano dal sud del Marocco, si convertì all’Islam nel 1040 e intraprese, a sua volta, l’islamizzazione delle popolazioni del suo regno e dei piccoli regni toucouleur confinanti, causando lo spostamento verso sud di alcuni gruppi etnici refrattari alla conversione.
I sereer si trasferirono nel Siin-Saalum, i wolof verso il fiume M’Boum dove, tra il XIII e il XIV secolo, fondarono il regno del Jolof che, dopo il 1280, diede vita all’impero del Gran Jolof. Al massimo della sua espansione il Gran Jolof comprendeva i regni del Waalo (Oualo), del Kayor (Cayor), del Baol, parte del Bambuk (Bambouk) e i due regni sereer del Siin (Sine) e del Saalum (Saloum).
Nel 1350 l’impero del Gran Jolof fu attaccato dall’impero del Mali, a cui si sottomise temporaneamente, e in seguito fu gravemente destabilizzato dell’arrivo dei portoghesi nel 1443.
Nel 1530 o nel 1549 il dodicesimo bourba (re), Lélé Fouli Fak, fu ucciso dal suo vassallo, il damel del Kayor, Amari Ngoné Sobel. Questa sconfitta segnò l’inizio del declino dell’impero: molti dei piccoli regni che lo compongono si emanciparono e le guerre con il Kayor si fecero sempre più frequenti.
Alla fine del XVI secolo dallo smembramento degli antichi regni si costituirono nuovi stati (Boundou, Niani), a sud del fiume Gambia la Confederazione del Gabou, unificata nel XIII secolo e vassalo dell'impero del Mali, estese la propria influenza su tutta la Gambia e parte della Casamance.
Il periodo modernoL’interesse europeo in Africa occidentale si manifestò per la prima volta in seguito alle esplorazioni di Enrico il Navigatore, Principe del Portogallo, che fu il promotore di diverse spedizioni dopo il 1434. Lo scopo di tali missioni era molteplice: il desiderio di conoscenza, la volontà di diffondere la cristianità e soprattutto la speranza di trovare nuove e redditizie rotte commerciali. L’isola di Goree venne avvistata per la prima volta dal portoghese Dinis Diaz nel 1441 e altri paesi europei cominciarono ad interessarsi al controllo di questo territorio, in particolar modo dopo l’apertura della rotte dirette nelle Americhe.
Durante tutto il XVII e XVIII secolo francesi, inglesi e olandesi si diedero battaglia per il controllo della regione, finché il Trattato di Versailles del 1783 la assegnò definitivamente ai francesi. Questo fu dunque il periodo ben noto della tratta degli schiavi. Tra il 1526 e il 1810 almeno dieci milioni di donne e uomini furono strappati dalla propria terra per essere inviati ai lavori forzati nelle piantagioni del Brasile, dei Caraibi, dell'America centrale e nel sud degli Stati Uniti. Il trasferirsi sulle coste dei commerci portò alla decadenza degli scambi con gli arabi attraverso le vie carovaniere e la decadenza delle antiche città del Sudan. Produsse, inoltre, squilibri interni al paese: ruppe gli equilibri politici locali, rinforzando regni della costa a scapito degli stati più interni e generando discordie e tensioni crescenti, approfondì la distanza tra l’aristocrazia e il popolo, determinò concentrazioni di ricchezza mai viste prima e instabilità sociale.
Alla fine del XVII secolo i capi religiosi musulmani si opposero ai sovrani locali, denunciandone le prepotenze e gli abusi, la condotta immorale e l'indulgenza all'alcol. Si ersero a difensori del popolo ed innescarono la guerra dei marabutti (1673-1675), stroncata dai francesi con l’aiuto dell’aristocrazia locale. In seguito a questi interventi in favore del popolo riuscirono, attraverso le confraternite, a diffondere l'Islam e a compiere numerose conversioni.
Solo nel 1807 la Gran Bretagna proclamò la messa al bando del traffico di schiavi, i francesi invece (nonostante una breve interruzione tra il 1794 e il 1802) continuarono questo "commercio" sino al 1848.
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