| La tratta degli schiavi di Laura Bracci
La tratta degli schiavi costituì per almeno tre secoli la ricchezza principale dell’isola di Gorée; era il motivo che ne faceva un porto ambito dagli stati coloniali nonostante le sue piccole dimensioni e la scarsità di risorse umane e naturali.
Questa pratica riguardava infatti le società organizzate in regni dal forte potere centrale, basato sulle relazioni di parentela e la suddivisione in caste. In principio le suddivisioni erano funzionali alla distribuzione del lavoro, poi acquisirono una valenza sociale ed economica, soprattutto con la diffusione dell’Islam. Tra questi regni vi erano il regno Jolof e il regno Tekrur. Le società più “semplici” dal punto di vista amministrativo-politico e dai confini meno estesi, erano invece organizzate in comunità relativamente egualitarie (ad esempio, i joola e i balante della Casamance). Si finiva in schiavitù per cattura in guerra così come per debito, o per trasmissione ereditaria, ma non in tutti i casi era una condizione permanente. Presso alcuni popoli i figli di schiavi nascevano liberi, in molti casi i servi godevano di diritti politici o giuridici, potevano disporre in parte dei frutti del proprio lavoro, o ancora, potevano affrancarsi nel corso della loro vita. In questo senso, all’inizio delle “esplorazioni” europee in Africa occidentale, possiamo parlare di “rapporto di parità” reciprocamente riconosciuta tra stati Europei ed Africani, dove le relazioni erano di puro scambio commerciale “materiale”.
Queste divisioni e questi squilibri imposti dai regimi coloniali continuano tutt’oggi a produrre i loro tragici effetti, celati però dalle definizioni di “guerre tribali” o “guerre etniche”, e il primo problema che un etnologo si trova ad affrontare nella ricerca sul campo in Africa è proprio nella difficoltà di esplicitare ciò che si nasconde dietro tante problematiche superficialmente mascherate dalla questione dell’ “identità etnica” o della “cultura tradizionale”. Come sottolinea Ugo Fabietti, citando Abner Cohen: “quando gli uomini entrano in conflitto non è perché hanno costumi o culture diverse, ma per conquistare il potere, e quando lo fanno seguendo schieramenti etnici è perché quello dell’etnicità diventa il mezzo più efficace per farlo”.
All’inizio portoghesi e spagnoli utilizzarono gli schiavi in patria come lavoratori domestici e nelle isole atlantiche (Canarie, Madera, Azzorre) per la coltivazione della canna da zucchero, ma con l’ampliarsi delle conquiste coloniali oltreoceano capirono ben presto l’enorme importanza economica del lavoro schiavo. Dal commercio costiero si passò alle razzie indiscriminate nei villaggi dell’interno, fino ad arrivare all’Africa orientale (Mozambico e Zanzibar), dove il traffico continuerà anche dopo l’abolizione nelle colonie occidentali. Alla fine del XIX secolo, la tratta araba in questa zona diede peraltro il pretesto alle potenze coloniali per l’intervento diretto.
Secondo lo studioso e attivista Kevin Bales la schiavitù resta ancora ai giorni nostri un grave problema che affligge circa 27 milioni di persone in tutto il mondo. Infatti in numerose regioni esistono ancora fenomeni di sfruttamento della “merce umana”, sia nelle forme storiche caratterizzate dalla proprietà accertata, dal basso profitto del lavoro schiavo, dall’alto costo d’acquisto, dal rapporto di lungo periodo e dall’importanza delle differenze etniche (come ad esempio nel caso della Mauritania, dove il dominio della popolazione maura su quella nera si manifesta ancora con lo schiavismo, nonostante l’abolizione ufficiale del 1980), sia in forme intermedie (come in Nepal, India, Pakistan e Bangladesh, dove esiste la schiavitù da debito, dalla quale ci si può formalmente affrancare, ma che in realtà tende a diventare ereditaria per generazioni), sia nelle forme più moderne, caratterizzate da un altissimo profitto a fronte di un basso costo d’acquisto e da un rapporto di breve durata dovuto alla mancanza di qualsiasi tutela per lo schiavo (ad esempio, le donne e bambine tailandesi e laotiane coinvolte nel mercato del sesso, i lavoratori brasiliani impiegati nella produzione di carbone e i casi di migranti uomini e donne sottoposti a regimi di semischiavitù e maltrattamenti nei paesi occidentali). Quest’ultimo tipo di schiavitù sarebbe presente anche a Gorée, secondo quanto denunciato nel 1997 dal quotidiano francese Libération, a proposito di casi di pedofilia verificatisi sull’isola.
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