La tratta degli schiavi

di Laura Bracci

bandida@libero.it

 

La tratta degli schiavi costituì per almeno tre secoli la ricchezza principale dell’isola di Gorée; era il motivo che ne faceva un porto ambito dagli stati coloniali nonostante le sue piccole dimensioni e la scarsità di risorse umane e naturali.

 

 

Per quanto riguarda l’area nordafricana, poi, si poteva parlare di “tratta” ben prima della colonizzazione europea. I popoli nomadi islamizzati del Sahel, infatti, praticavano il commercio di prigionieri di guerra e li “esportavano” fino in Europa, così come gli europei catturavano “infedeli” in Medio Oriente e li riducevano in schiavitù.

 

Mauri da un lato e veneziani dall’altro, possono essere citati come esempi storici di questo traffico umano già in età premoderna.

 

Il territorio dell’attuale Senegal non faceva eccezione. Per tutta la sua storia precoloniale fu abitato da varie etnie organizzate secondo diverse strutture amministrative e sociali, alcune delle quali praticavano la schiavitù.

Marché aux esclaves du Sahel

Affresco del museo storico di Gorée (dettaglio)

© l'Université Paris 13

 

 

 

Questa pratica riguardava infatti le società organizzate in regni dal forte potere centrale, basato sulle relazioni di parentela e la suddivisione in caste. In principio le suddivisioni erano funzionali alla distribuzione del lavoro, poi acquisirono una valenza sociale ed economica, soprattutto con la diffusione dell’Islam. Tra questi regni vi erano il regno Jolof e il regno Tekrur. Le società più “semplici” dal punto di vista amministrativo-politico e dai confini meno estesi, erano invece organizzate in comunità relativamente egualitarie (ad esempio, i joola e i balante della Casamance). Si finiva in schiavitù per cattura in guerra così come per debito, o per trasmissione ereditaria, ma non in tutti i casi era una condizione permanente. Presso alcuni popoli i figli di schiavi nascevano liberi, in molti casi i servi godevano di diritti politici o giuridici, potevano disporre in parte dei frutti del proprio lavoro, o ancora, potevano affrancarsi nel corso della loro vita.  In questo senso, all’inizio delle “esplorazioni” europee in Africa occidentale, possiamo parlare di “rapporto di parità” reciprocamente riconosciuta tra stati Europei ed Africani, dove le relazioni erano di puro scambio commerciale “materiale”.

 

Ciò che contraddistinse successivamente la tratta europea, fu la ricerca di fondamenti ideologici (inferiorità culturale dei neri, missione civilizzatrice degli europei) per giustificare le proporzioni enormi che andò acquistando il commercio, il dominio diretto sulle società africane e le nuove condizioni sociali, giuridiche e culturali in cui vennero a trovarsi gli individui resi schiavi.

 

A partire dal 1500, infatti, dalle prime sporadiche catture di prigionieri (il vero interesse erano ancora oro e avorio), si passò al commercio vero e proprio con i capi dei regni africani più potenti che mettevano in vendita i propri “sudditi” o i prigionieri di regni nemici. Mano a mano che il traffico si ingrandiva, parallelamente alle esigenze di manodopera nelle colonie americane, l’influenza europea si spinse fino all’insediamento e all’intervento diretto negli equilibri “locali”, provocando guerre, divisioni amministrative, religiose ed etniche e indebolendo il tessuto sociale.

 

 

Marchands d’esclaves à Gorée

Saint-Sauveur, 1796

© Bibliothèque des Arts décoratifs

 

 

 

 

Queste divisioni e questi squilibri imposti dai regimi coloniali continuano tutt’oggi a produrre i loro tragici effetti, celati però dalle definizioni di “guerre tribali” o “guerre etniche”, e il primo problema che un etnologo si trova ad affrontare nella ricerca sul campo in Africa è proprio nella difficoltà di esplicitare ciò che si nasconde dietro tante problematiche superficialmente mascherate dalla questione dell’ “identità etnica” o della “cultura tradizionale”. Come sottolinea Ugo Fabietti, citando Abner Cohen: “quando gli uomini entrano in conflitto non è perché hanno costumi o culture diverse, ma per conquistare il potere, e quando lo fanno seguendo schieramenti etnici è perché quello dell’etnicità diventa il mezzo più efficace per farlo”.

 

All’inizio portoghesi e spagnoli utilizzarono gli schiavi in patria come lavoratori domestici e nelle isole atlantiche (Canarie, Madera, Azzorre) per la coltivazione della canna da zucchero, ma con l’ampliarsi delle conquiste coloniali oltreoceano capirono ben presto l’enorme importanza economica del lavoro schiavo. Dal commercio costiero si passò alle razzie indiscriminate nei villaggi dell’interno, fino ad arrivare all’Africa orientale (Mozambico e Zanzibar), dove il traffico continuerà anche dopo l’abolizione nelle colonie occidentali. Alla fine del XIX secolo, la tratta araba in questa zona diede peraltro il pretesto alle potenze coloniali per l’intervento diretto.

 

 

L’abolizione della schiavitù si ebbe per la prima volta nelle colonie francesi nel 1794, ma il traffico venne restaurato da Napoleone a partire dal 1803. Al regime napoleonico subentrò per l’ultima volta il dominio inglese (fino al 1817), che abolì la tratta nel 1807. A queste leggi ufficiali seguì per un altro cinquantennio il commercio clandestino, tanto che Gorée, dal 1831, divenne un porto importante per la caccia ai battelli negrieri. Famoso è l’episodio del 1846, quando la corvetta Australie, intercettata a largo dell’Angola, venne dirottata con il suo carico umano sull’isola. Gli schiavi affrancati vi rimasero per tre anni e poi vennero trasferiti dal capitano Bouët-Willaumez in Gabon, dove fondarono la città di Libreville. La data ufficiale di definitiva abolizione della schiavitù, che si celebra tradizionalmente, è il 1848. 

L'abolition de l'esclavage dans les colonies françaises

François BIARD, 1849

Musée national du Château de Versailles

 

 

 

Secondo lo studioso e attivista Kevin Bales la schiavitù resta ancora ai giorni nostri un grave problema che affligge circa 27 milioni di persone in tutto il mondo. Infatti in numerose regioni esistono ancora fenomeni di sfruttamento della “merce umana”, sia nelle forme storiche caratterizzate dalla proprietà accertata, dal basso profitto del lavoro schiavo, dall’alto costo d’acquisto, dal rapporto di lungo periodo e dall’importanza delle differenze etniche (come ad esempio nel caso della Mauritania, dove il dominio della popolazione maura su quella nera si manifesta ancora con lo schiavismo, nonostante l’abolizione ufficiale del 1980), sia in forme intermedie (come in Nepal, India, Pakistan e Bangladesh, dove esiste la schiavitù da debito, dalla quale ci si può formalmente affrancare, ma che in realtà tende a diventare ereditaria per generazioni), sia nelle forme più moderne, caratterizzate da un altissimo profitto a fronte di un basso costo d’acquisto e da un rapporto di breve durata dovuto alla mancanza di qualsiasi tutela per lo schiavo (ad esempio, le donne e bambine tailandesi e laotiane coinvolte nel mercato del sesso, i lavoratori brasiliani impiegati nella produzione di carbone e i casi di migranti uomini e donne sottoposti a regimi di semischiavitù e maltrattamenti nei paesi occidentali). Quest’ultimo tipo di schiavitù sarebbe presente anche a Gorée, secondo quanto denunciato nel 1997 dal quotidiano francese Libération, a proposito di casi di pedofilia verificatisi sull’isola.



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