La schiavitù e la memoriadi Laura Bracci
L’abolizione fu il risultato di molteplici aspetti, economici, sociali, filosofici, politici… Una particolare chiave di lettura è rappresentata dalla storia dell’ “America nera” vista come un processo dinamico di adattamento culturale e sociale degli individui sradicati dalla propria terra e inseriti forzatamente in una nuova realtà. L’etnologo francese Roger Bastide, parla di una variabilità continua delle culture africane in America, che avviene attraverso la contaminazione con elementi indigeni ed europei in diverse forme e gradi di intensità, tanto da non poter spesso distinguere le origini di particolari forme artistiche, religiose, linguistiche, di organizzazione sociale. Si tratta in definitiva di culture “creative” e non passive, che hanno dato vita a soluzioni originali. Queste tesi naturalmente rivestivano un carattere piuttosto innovativo negli anni ’70, ma se pensiamo alle evoluzioni del pensiero filosofico e antropologico nell’età contemporanea, sembra ormai un dato di fatto la messa in discussione di concetti come “cultura originaria”, “autenticità”, “purezza” in favore di altri quali “meticciato”, “fluidità” “continuum”.
Uno studioso contemporaneo, Paul Gilroy, si rifà al concetto di “doppia coscienza” con cui uno dei primi teorici neri dell’abolizionismo, lo statunitense W.E.B. Du Bois, descrive la “condizione esistenziale” del nero americano, collocato allo stesso tempo “dentro” e “fuori” la società americana. Con questa citazione Gilroy vuole evidenziare come tutte le comunità nere prodotte dalla diaspora vivano un sentimento di appartenenza ad un “altrove”, costruito però dalla pratica sociale quotidiana e quindi soggetto a un cambiamento continuo (“il medesimo che cambia”).
Un bell’esempio di questa pratica è rappresentato secondo Gilroy dalla musica afroamericana per eccellenza, cioè il blues, che nei suoi contenuti ha sempre parlato di questo senso di perdita originario, di sentimenti come abbandono, dolore, nostalgia, che derivano dall’esperienza traumatica del middle passage. Questi sentimenti, assieme all’espressione della ribellione e della critica o aperta ridicolizzazione della società dei padroni, sono stati dissimulati, per ovvie ragioni, ricorrendo all’individualità e travestendoli quindi in storie di amori o di fallimenti personali. Da memorie collettive si è passati a memorie intime, facilmente accettate e fatte proprie anche dai bianchi, sviluppando nel tempo una contaminazione continua, sia nel linguaggio che nelle tecniche musicali. Ad esempio, Gilroy rintraccia nei testi dei brani blues il filo conduttore dell’elemento “acqua” nelle sue varie forme (fiume, mare, oceano, lago) ogniqualvolta si voglia parlare dell’ abbandono o della morte di una persona cara, prevalentemente della donna amata. Si nota, quindi, come un elemento importante nell’esperienza concreta della deportazione (poiché il suicidio in mare era l’unica via di fuga al dolore fisico e spirituale), sia stato reso un elemento simbolico rappresentativo dell’esperienza del dolore nella vita umana.
Inoltre Gilroy analizza la produzione scritta dei primi rappresentanti dell’abolizionismo nero di cui ci sono giunte testimonianze, così come la produzione culturale afroamericana fino ai giorni nostri, adottando come “centro” non un territorio (reale o immaginario che sia), ma l’oceano Atlantico, che diventa così paradigma della fluidità e della circolarità degli scambi culturali.
Gorée e la memoria della schiavitù Spesso ciò che “noi” (europei, occidentali, ex-colonialisti) vogliamo conservare e reputiamo importante per la nostra “coscienza storica”, non riveste lo stesso significato per la cultura che quotidianamente si ritrova a fare i conti con le conseguenze e i segni materiali e simbolici di quella particolare storia, specialmente se si tratta di un passato doloroso e traumatico. L’antropologa Alice Bellagamba, occupandosi della trasmissione della memoria storica riguardante la schiavitù in Gambia, ha analizzato questo aspetto prendendo in esame le relazioni che si vengono a creare intorno ai siti storici della tratta. A proposito del villaggio di Juffureh, divenuto un’importante meta turistica grazie alla serie televisiva americana Roots (“Radici”), che narrava le vicende di uno schiavo originario di questo luogo, scrive: “mentre i turisti cercano le tracce della tradizione, nel tentativo di farsi un’idea di come la vita doveva essere nei secoli della tratta, gli abitanti del villaggio mostrano con orgoglio i segni della modernità, parlano delle migliorie apportate al villaggio, dei loro rapporti con Alex Haley, della serie televisiva che è stata tratta da Roots”.
Ancora più significativo è il rapporto degli abitanti con il “museo della schiavitù” che si trova nel loro villaggio: “Gli abitanti di Juffureh vedono invece nel museo un’opportunità di sviluppo economico. Pensano alla schiavitù come ad un aspetto che può dare lustro al villaggio e agli insediamenti limitrofi. Il passato di cui parla l’esposizione è per loro così remoto da suscitare un coinvolgimento soltanto astratto”.
Vediamo quindi come la lettura del passato da parte dei turisti sia diversa da quella dei locali, e come il concetto stesso di “memoria storica” possa assumere connotazioni anche contrastanti per le due parti. Le stesse complicazioni si ritrovano nella definizione di “reperto storico” o “oggetto d’arte”, cioè di quelle testimonianze della cultura materiale che alcuni popoli reputano degni di conservazione e ammirazione e altri no. Il fatto stesso di “conservare” è un’azione tipicamente “occidentale”, nata dalla necessità di ricordare, di fissare nel tempo per legittimare storicamente dei rapporti di forza ineguali presenti nella società attuale, oppure per la convinzione che la bellezza e il sapere debbano essere reificati per essere considerati tali.
Come infatti sostiene James Clifford, “Gli oggetti antichi sono dotati di un senso profondità dai loro collezionisti innamorati della storia. La temporalità viene reificata e salvata come origine, bellezza, sapere”. Inoltre, nella scelta di cosa conservare, si esprime nuovamente questo punto di vista “etnocentrico”, dato che i valori che portano a ritenere un oggetto degno di conservazione (antichità, rarità, “artisticità”) non sono uguali ed ugualmente importanti per ogni cultura, ma “sono frutto di un’elaborazione culturale specifica di ogni società”.
Parlando di Gorée e dei turisti con i ragazzi senegalesi dell’isola, ciò che sembra più colpire la loro sensibilità, è il fatto di vedere i toubab (bianchi) “con le lacrime agli occhi” durante la visita alla Casa degli Schiavi. In realtà esistono anche alcune guide turistiche cartacee che parlano della Maison des Esclaves come di un sito di secondaria importanza, promosso unicamente a scopi commerciali dalle autorità locali. Forse tra qualche anno neanche i turisti più sprovveduti crederanno alla versione “emotiva” raccontata dalle guide della Maison.
Da una decina d’anni, inoltre, i discorsi ufficiali sulla tratta e le
produzioni materiali e culturali ad essa legate, hanno assunto un
carattere quasi “universale”, soprattutto con l’intervento della
cooperazione e dei progetti culturali dell’Unesco. Nel tentativo di
costruire un percorso culturale comune a tutta l’Africa occidentale che
ponga Gorée come luogo di “memoria universale”, vengono organizzate non
solo visite, eventi, manifestazioni pubbliche, seminari e studi di
carattere internazionale, ma anche oggetti-simbolo visibili a chiunque si
trovi sull’isola.
Allo sbarco, i turisti, oltre ad essere travolti da numerose guide
improvvisate (soprattutto ragazzini e giovani), si trovano di fronte,
sulla sinistra del molo, la statua eloquente di uno schiavo che si libera
dalle catene. La targa commemora un gemellaggio con l’isola caraibica
Guadalupa, antico dominio francese dove presumibilmente furono esportati
gli schiavi di Gorée; la statua risulta essere un “dono” dei “fratelli”
d’oltreoceano. Souvenir da Gorée
Abbiamo così constatato una certa insofferenza rispetto alla ripetitività della mercanzia e a volte abbiamo ascoltato di persona le richieste di materiale specifico (libri di storia o romanzi, musica afroamericana) che venivano puntualmente deluse. Allo stesso tempo, però, ci siamo rese conto dell’esistenza di diversi “pezzi unici” sparsi nei vari negozi dell’isola (ad esempio grandi maschere, cartoline molto vecchie, giochi tradizionali da tavolo, batik eseguiti su richiesta) che vengono in genere ignorati dai turisti, e di alcuni manufatti specifici dell’isola prodotti però in maniera seriale, quali le riproduzioni dei quadri di Souleymane Keita, artista goreano di fama internazionale e i djembè, i tradizionali tamburi dell’Africa Occidentale; in questo caso si tratta quindi di una standardizzazione di un prodotto “originale” del luogo.
Questa “standardizzazione” del souvenir è stata descritta da Aime, analizzando il caso dei dogon del Mali, con il termine “samsonitizzazione”: spesso le produzioni artistiche o più semplicemente artigianali di un luogo vengono adattate al gusto e alle esigenze dei turisti fino alla perdita di specificità. Quello che conta é che possano essere comodamente riposte nella valigia al momento del ritorno per diventare miniaturizzazioni di un’esperienza e servire a “produrre racconti”, secondo quel bisogno di comunicare il proprio vissuto che da sempre caratterizza il viaggiatore.
Nel caso di Gorée, però, assistiamo anche alle richieste di un piccolo numero di turisti alla ricerca di oggetti che testimonino una specificità perduta, quella che fa di questa isola un importante “luogo della memoria”, ma che forse non è mai esistita per gli abitanti proprio perché generata da una concezione di cultura diversa dalla propria; una concezione, quella dei turisti, in cui ciò che è accaduto deve essere registrato e tramandato per poter essere considerato importante e dove ci si può permettere di definire la propria “voglia di altrove” anche come “turismo culturale”. La “voglia di altrove” della maggior parte degli abitanti del sud del mondo, che in realtà si presenta loro come drammatica necessità, non gode di una definizione altrettanto nobilitante e non è altrettanto tollerata. E’ stato molto interessante constatare che esistono comunque modi di trasmissione di questa specificità, sia tra gli abitanti dell’isola che da questi ai turisti; il più evidente e spettacolare, al quale abbiamo assistito e partecipato, è la capoeira.
La capoeira e memoria storica
La capoeira testimonia quindi una modalità “alternativa” di mantenere in vita una memoria collettiva e di farne persino una fonte di attrazione turistica e di guadagno, così come avviene nelle nostre società attraverso l’uso strumentale di peculiarità storiche e culturali. Inoltre si tratta di una rielaborazione/riappropriazione locale di una pratica che ha compiuto per ben due volte il percorso della tratta, attraversando in due tempi e direzioni l’oceano Atlantico e caricandosi di contenuti sociali e culturali vecchi e nuovi. I ragazzi che la praticano sono per primi “costretti” a confrontarsi con la propria storia anche attraverso l’acquisizione di nuove competenze culturali (uso del portoghese, conoscenza delle specificità afro-brasiliane, nozioni storiche, conoscenza indiretta degli altri territori africani coinvolti nella tratta) e per alcuni di loro diventa una maniera di approfondire o conoscere ex-novo una storia della quale sono eredi. Il fatto che si tratti di un “gioco” non sminuisce il valore di questa pratica, né la situa ad un livello di importanza inferiore nella supposta graduatoria delle culture.
Migrazioni, turismo e cooperazione: analisi antropologica del “progetto Gorée” Tesi di Laurea in Etnologia di Laura Bracci
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