Il Pellegrinaggio di Malcom Xdall’Autobiografia di Malcom X scritta da Alex Haleycommenti di Sara Fall
L’autobiografia di Malcom X è sempre una “rivelazione”. Ogni volta che la rileggo riscopro qualcosa di nuovo… Il capitolo che riguarda il pellegrinaggio di Malcom X alla Mecca è emozionante, coinvolgente e segna il suo cambiamento radicale. L’abbandono definitivo della sua idea uomo bianco=diavolo, sulle differenze razziali.
“Il disinteresse per il colore della pelle che notavo sia nella società religiosa che in quella umana del mondo musulmano esercitò su di me una influenza quotidiana sempre maggiore e mi persuase sempre di più a cambiare il mio modo precedente di pensare”. “nella terra di Maometto e di Abramo, Allah mi aveva concesso di comprendere la vera religione dell’islam e di penetrare meglio l’intero meccanismo del dilemma razziale dell’America”.
La rivelazione più grande che Malcom X ha avuto da questo viaggio è stata la FRATELLANZA che unisce tutti i musulmani. Infatti a chi gli domandò quale fosse l’aspetto dell’Hajj che più l’avesse colpito, Malcom rispose: “La fratellanza! Popoli di tutte le razze, di ogni colore, che vengono da tutto il mondo insieme, come se fossero una cosa sola! Ciò mi ha provato il potere dell’Unico Dio”. Tutti mangiavano e dormivano come se fossero Uno; l’atmosfera del pellegrinaggio sottolineava, in ogni suo aspetto, l’Unità dell’Uomo sotto un Solo Dio.
Nel libro così viene spiegato il pellegrinaggio… (ma le emozioni che si provano possono essere comprese meglio dalla lettera che Malcom scriverà agli amici più cari al termine del pellegrinaggio):
In arabo il significato letterale della parola Hajj è muoversi verso un obiettivo ben definito. Nella legge islamica vuol dire dirigersi verso la Ka’ba, la Casa Sacra, e adempiere i riti del pellegrinaggio. All’aeroporto del Cairo i gruppi di partecipanti all’Hajj diventavano Muhrim, pellegrini, poiché entravano nello stato di Ihram, premessa d’una condizione spirituale e fisica consacrata. […] Entrando nello stato di Ihram, ci togliemmo gli abiti e ci coprimmo con due asciugamani bianchi, uno, l’Izar, avvolto intorno alle reni, e l’altro, il Rida, gettato sul collo e sulle spalle in modo che il braccio e la spalla destra restassero nudi. Un paio di semplici sandali, i na’l, lasciavano scoperte le caviglie. Sopra l’Isar che ci fasciava le reni portavamo una cintola per mettere il denaro, mentre una borsa come quelle delle donne, provvista di una lunga cinghia, serviva a portare il passaporto e gli altri documenti importanti. All’aeroporto tutte le migliaia di persone in procinto di partire per Gedda erano vestite in questo modo. Non si poteva distinguere un re da un contadino e alcune potenti personalità, che mi vennero indicate con discrezione, avevano addosso gli stessi indumenti che avevo io. Quando fummo così abbigliati, cominciammo tutti insieme a scandire la parola: “Labbayka! Labbayka!” (eccomi o Signore!) L’aeroporto risuonava delle voci dei Muhrim che esprimevano la loro intenzione di compiere il viaggio dello Hajj. […] Nell’aereo, tutti stretti insieme, c’erano bianchi, negri, rossi, gialli, gente dalla pelle scura, dagli occhi azzurri e dai capelli biondi e i miei capelli rosso rame, tutti insieme, tutti fratelli, tutti lì per lo stesso Allah, ciascuno rispettando in egual misura gli altri! […] tutti noi ci sentivamo uniti dal comune legame della nostra partecipazione al pellegrinaggio verso la Mecca. Sapevo che Allah era con me. […] Dappertutto, verso chiunque mi voltassi, avevo quasi una sensazione fisica di amore umiltà e vera fratellanza. All’aeroporto del Cairo una grande folla composta di musulmani provenienti da ogni parte e diretti in pellegrinaggio si abbracciava con effusione. Era gente di ogni colore e l’atmosfera era cordiale e amichevole: ebbi la sensazione che non esistesse alcun problema di colore e per me fu come se fossi uscito di prigione”.
Il capitolo si apre così: Il pellegrinaggio alla Mecca, conosciuto come Hajj, è un obbligo religioso che ogni maomettano ortodosso adempie, se è umanamente possibile, almeno una volta nella sua vita. Il Corano dice che “il pellegrinaggio alla Ka’ba è un dovere che gli uomini hanno verso Dio: quelli che possono fanno il viaggio”. Allah disse: ”Proclamate il pellegrinaggio tra gli uomini: essi verranno da te a piedi e cavalcando i magri cammelli; verranno da ogni gola profonda”.
E si chiude con una lunga lettera che Malcom X scrive alla moglie e a tutte le persone a lui care che hanno reso possibile questo viaggio. Durante il viaggio Malcom X ha ricevuto diversi segni da Allah, che lo hanno portato a comprendere la grandezza e la potenza di Dio.
Anche gli incontri che ha fatto con altri musulmani sono stati di fondamentale importanza. Mahmoud Youssef Shawarbi gli disse una frase che non avrebbe mai dimenticato: “nessuno può credere in maniera perfetta finché non desidera per il suo fratello ciò che desidera per se stesso”.
La sorella Ella ha reso possibile il pellegrinaggio di Malcom. Era una donna molto forte e dominatrice, si occupava di compra-vendita di immobili e metteva da parte i soldi per fare il pellegrinaggio, raggiunta la cifra necessaria ha deciso di cederla al fratello. Se Ella aveva abbracciato l’Islam, era per merito mio, e ora era lei che mi dava i soldi per andare alla Mecca. Quando si è con Allah, lui vi offre sempre dei segni per farvi capire che è con voi.
Per recarsi alla Mecca era necessario passare un controllo, Malcom X venne messo alla prova in quest’occasione perché i suoi documenti e la sua conversione vennero sottoposti al giudizio della Mahgma Sharia (tribunale). In attesa di essere sottoposto al giudizio, venne portato in un dormitorio con altri musulmani. Fu un momento molto duro perché non conoscere l’arabo fu un grandissimo ostacolo, ma non solo… a gesti mi fece capire che mi avrebbe insegnato le posizioni rituali della preghiera. ImmaginatE un po’ essere un pastore Muslim, un leader della Nazione dell’Islam di Elijah Muhammed e ignorare il rituale della preghiera! Cercai di imitare quello che faceva lui, ma ero cosciente di non farlo bene. Sentivo su di me gli occhi degli altri musulmani. Le membra di un uomo dell’Occidente non possono fare quello che le membra dei musulmani hanno fatto per tutta la vita. […] Sotto gli sguardi degli altri musulmani continuai a esercitarmi nelle posizioni della preghiera.
Quante volte noi ritornati all’Islam ci siamo sentiti così inadeguati e impotenti di fronte alle difficoltà di apprendimento della preghiera, della lingua e della Sunna??
Abd ar-ahman Azzam aiutò Malcom X ad ottenere i documenti necessari per recarsi alla Mecca, anzi, fece molto di più. Accolse Malcom nella sua casa, (evitando così che trascorresse altre notti nel dormitorio) parlò con lui, gli mise a disposizione un’auto per recarsi in Pellegrinaggio e lo appoggiò nei giorni che precedettero la partenza. Non avevo mai visto questi uomini prima eppure mi trattavano con grande riguardo: mai in tutta la mia vita ero stato così onorato, mai mi era stata offerta un’ospitalità tanto sincera.
Malcom X si rifugia nella preghiera, per la prima volta nella sua vita sente l’impulso istintivo di compiere le preghiere, così come aveva appena imparato a fare. Durante l’attesa di essere giudicato dal tribunale islamico mille emozioni lo travolgono e sul suo diario scrive:“ non riesco a descrivere la mia agitazione mentre sto qui aspettando di presentarmi davanti alla commissione dello Hajj. La finestra dà sul mare a ponente; le strade sono piene di pellegrini che vengono da ogni parte del mondo; ogni preghiera è rivolta ad Allah e i versetti del Corano sono in bocca a tutti. Non ho mai visto una cosa simile né ho mai sentito un’atmosfera come questa. Sebbene sia agitato, mi sento sicuro e protetto, lontano come sono migliaia di miglia dalla vita completamente diversa che ho vissuto finora”
Finalmente Malcom X arriva alla Mecca, sull’auto messa a disposizione da Abd ar-ahman Azzam. Parcheggiammo vicino alla Grande Moschea, facendo le nostre abluzioni, e poi entrammo. C’erano così tanti pellegrini, sdraiati, seduti, che dormivano, pregavano o passeggiavano da dare l’impressione che fossero tutti uno sopra l’altro. Non ho parole per descrivere la nuova moschea che si stava costruendo intorno alla Ka’ba. […] Poi vidi la Ka’ba, un’enorme pietra nera nel mezzo della Grande Moschea, intorno a essa passeggiavano migliaia e migliaia di pellegrini in preghiera, gente di ambo i sessi, di tutte le dimensioni, le forme, i colori e le razze del mondo. Conoscevo la preghiera che deve dire il pellegrino quando i suoi occhi si posano per la prima volta sulla Ka’ba. Tradotta suona così: “Oh Allah, Tu sei la pace, e la pace deriva da Te. Salutaci, o Signore, con la pace”. Quando il pellegrino entra nella Moschea dovrebbe cercare, se possibile, di baciare la Ka’ba, ma se la folla gli impedisce di avvicinarsi, allora basta che la tocchi, e se non è possibile neanche quello, deve alzare la mano e ridare “Takbir!” (Allah è grande). Io non riuscii ad accostarmi più di una decina di metri dalla Ka’ba. “Takbir!” Là nella Casa di Allah mi sentii come intorpidito. Il mio Mutawaf mi guidava tra la folla dei pellegrini che pregavano, cantavano e giravano sette volte intorno alla Ka’ba. Alcuni erano rattrappiti e incartapecoriti dall’età e la loro era una vista che non si dimentica. Quelli che non potevano muoversi erano trasportati da altri: tutti avevano sul volto la luce della fede. Dopo il settimo giro intorno alla Ka’ba pronunciai 2 Rak’a prostrandomi con la faccia sul pavimento. Alla prima genuflessione, pronunciai il verso del Corano: “Egli è il solo e unico Dio”, e alla seconda: “Voi miscredenti, vi dico che non adoro quello che voi adorate…”. […] Poi, insieme con la mia guida, andai a bere l’acqua del pozzo di Zem Zem e corremmo tra le due colline Safa e Marwa dove Agar vagò in cerca di acqua per suo figlio Ismaele. […] La visita al monte Arafat concludeva i riti fondamentali richiesti a che faceva il pellegrinaggio alla Mecca. Chi mancava di adempiere quest’ultimo dovere non poteva considerarsi un pellegrino. L’Hiram era finito. Gettammo le sette pietre tradizionali al diavolo; alcuni si fecero tagliare i capelli e la barba; io, per parte mia, decisi che me la sarei lasciata.
Procedendo nella lettura del capitolo si capisce chiaramente quanto la fede di Malcom X si sia rafforzata durante il Pellegrinaggio alla Mecca. Le sue idee razziali cambiarono radicalmente e l’apprendimento della preghiera in arabo fu la chiave per trovare la vera forza nella fede. Tramite la preghiera trova la forza di affrontare tutti gli ostacoli che ha trovato sul suo cammino per arrivare alla Ka’ba. Durante questa esperienza è entrato in strettissimo contatto con Allah, anche tramite i segni che Dio gli ha voluto mandare. Ecco la lettera che Malcom X ha voluto mandare a tutti i suoi cari: “Non ho mai visto tanta sincera ospitalità e un così travolgente spirito di vera fratellanza quali sono praticati dai popoli di ogni colore e di tutte le razze qui in questa antica Terra Santa, patria di Abramo, di Maometto e di tutti gli altri profeti delle Sacre Scritture. Durante quest’ultima settimana sono rimasto addirittura senza parole di fronte alla gentilezza che, intorno a me, dimostrano i popoli di ogni colore. Ho goduto del privilegio di visitare la Città Santa della Mecca; ho compiuto i miei sette giri intorno alla Ka’ba sotto la guida di un giovane Mutawaf di nome Muhammad; ho bevuto l’acqua dal pozzo di Zem Zem; ho pregato nell’antica città di Mina e sul monte Arafat. C’erano decine di migliaia di pellegrini provenienti da ogni parte del Mondo, gente di ogni colore, dai biondi con gli occhi azzurri agli africani dalla pelle color mogano, ma tutti prendevano parte allo stesso rito dando prova di uno spirito di unità e fratellanza che le mie esperienze in America mi avevano portato a credere non potesse mai esistere tra bianchi e uomini di colore. L’America ha bisogno di comprendere l’Islam perché questa è l’unica religione capace di cancellare il problema razziale da quella società. Durante i miei viaggi nel mondo musulmano ho conosciuto, ho parlato e ho persino mangiato con gente che in America sarebbe stata considerata bianca, eppure l’atteggiamento e i complessi dell’uomo bianco erano stati rimossi dalle loro menti grazie alla religione dell’Islam. Non ho mai visto prima una fratellanza così sincera, sentita da tutti, indipendentemente dal colore della pelle. Può darsi che queste mie parole vi facciano una profonda impressione, ma quello che ho visto e sperimentato durante questo mio pellegrinaggio mi ha costretto a rivedere molte delle mie posizioni precedenti e a scartare alcune delle mie conclusioni. Per me questo non è stato molto difficile perché, malgrado la fermezza delle mie convinzioni, ho sempre cercato di guardare i fatti e di accettare la realtà della vita così come viene sviluppandosi attraverso nuove esperienze e una nuova consapevolezza. Ho sempre cercato di tenere aperta la mente, cosa questa necessaria per garantire quella flessibilità che è inseparabile da qualsiasi forma di intelligente ricerca del vero. Durante gli ultimi undici giorni che ho passato qui nel mondo musulmano, ho mangiato nello stesso piatto, bevuto dallo stesso bicchiere e dormito nello stesso letto, o sullo stesso tappeto, mentre pregavamo lo stesso Dio, con fratelli musulmani che avevano gli occhi azzurri, i capelli più biondi e la pelle più bianca di tutti gli uomini bianchi che ho conosciuto. Eppure nelle parole, nei gesti e nelle azioni di questi musulmani bianchi ho trovato la stessa sincerità che ho potuto riscontrare tra i musulmani della Nigeria, del Sudan e del Ghana. Eravamo veramente tutti fratelli perché la loro fede in un solo Dio aveva cancellato il “bianco” dalle loro menti, dal loro modo di comportarsi e di affrontare la realtà. Partendo da questa esperienza arrivai a pensare che forse se i bianchi d’America potessero accettare l’unicità di Dio, allora potrebbero magari accettare anche l’unità dell’uomo e smetterla di misurare, opprimere e danneggiare gli altri a causa del colore della pelle. Poiché il razzismo infetta l’America come un cancro incurabile, il cuore del cosiddetto cristiano bianco dovrebbe essere più aperto di fronte a un mezzo capace di risolvere un problema tanto distruttivo. Forse ci potrebbe essere ancora tempo per salvare l’America dal disastro imminente, dalla stessa distruzione che il razzismo portò sulla Germania e, alla fine, rovinò gli stessi tedeschi. “Ogni ora che trascorro qui nella Terra Santa mi aiuta a capire con maggior profondità cosa sta succedendo in America tra bianchi e negri. Non si può condannare il negro americano per la sua animosità razziale poiché non fa altro che reagire a quattrocento anni di razzismo coscientemente applicato dai bianchi americani. Ma mentre il razzismo porta l’America sulla strada del suicidio, posso dire, basandomi sulle esperienze che ho avuto, di nutrire la speranza che i bianchi della giovane generazione, gli studenti dei college e delle università capiranno le cause del problema e molti di loro si metteranno sulla strada spirituale della verità, l’unica rimasta all’America se vuole evitare la catastrofe verso cui il razzismo inevitabilmente la conduce. “Non ho mai ricevuto onori così grandi e no mi sono mai sentito più umile e indegno. Chi crederebbe a tutte le benedizioni che sono state concesse a un negro americano? Poche sere fa un uomo che in America sarebbe chiamato “bianco”, un diplomatico presso le Nazioni Unite, un ambasciatore, un amico di re, mi ha dato il suo appartamento di albergo, il suo letto. Attraverso quest’uomo, il principe Faisal che governa questa Terra Santa fu avvertito della mia presenza qui a Gedda e la mattina seguente il figlio del principe Faisal in persona mi informava che per volontà e decisione del suo degno padre io sarei stato ospite dello Stato. “Lo stesso assistente al cerimoniale mi accompagnò davanti al tribunale dello Hajj e lo sceicco Muhammad Harkon dette il suo beneplacito per la mia visita alla Mecca, mi regalò due libri sull’Islam con il suo personale sigillo e autografo dicendomi che pregava perché diventassi un predicatore dell’Islam in America. Sono state messe a mia disposizione un’automobile con l’autista e una guida perché possa viaggiare a mio piacimento in questa Terra Santa. Dovunque vado, il governo mi mette a disposizione un appartamento con l’aria condizionata e servizio. Mai avrei potuto sognare, io che sono negro, di poter ricevere simili onori che in America verrebbero concessi soltanto a un re. Tutto il merito è di Allah, il Signore di tutti i mondi.
con affetto El-Hajj Malik El-Shabazz (Malcom X)
|
Per commentare questa pagina nel forum:
![]()
© InSenegal.org 2002-2004