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Una finestra sulle culture e la letteratura
della migrazione
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Incontro con Pap Khouma
Io venditore di
elefanti
Scritto dal senegalese Pap Khouma e dal giornalista italiano Oreste
Pivetta, Io venditore di elefanti appartiene alla prima fase della letteratura
della migrazione. E' scritto a quattro mani (segno di una ancora incerta
autonomia linguistica da parte dell'autore) e racconta le avventure di giovani
africani giunti in Italia in cerca di un futuro migliore, le loro vicissitudini
quotidiane per la ricerca di una casa e un lavoro, i pregiudizi nei loro
confronti, il razzismo subito, l'indifferenza incontrata.
Protagonisti sono giovani come Pap e i suoi "fratelli" senegalesi, costretti
dall'assenza di una normativa che regolasse la posizione degli immigrati ad
inventarsi mille modi per vivere. Sono i "Vu cumprà" che attraversano per primi,
agli inizi degli anni '80, le spiagge della riviera romagnola carichi di
collane, elefanti d'avorio, bracciali d'argento, maschere d'ebano, e mille altre
chincaglierie, cercando di scansare gli "zii", i poliziotti, "perché gli zii
vogliono sapere tutto e sono pedanti: che cosa fai qui, dove vai, come vivi. E
poi ti danno ordini: Zio è chi vuol comandarti la vita".
Vendere
Vengo dal Senegal. Ho fatto il venditore e vi racconterò che cosa mi è
successo. E' un mestiere difficile, per gente che ha costanza e una gran forza
d'animo, perché bisogna usare le gambe e insistere, insistere anche se tutte le
porte ti vengono sbattute in faccia (…)
Un mestiere difficile quello del venditore. Faticoso, triste, pieno di
umiliazioni (…) "C'è voluto un po' di tempo e di avventure prima che io
arrivassi a Milano, dove sono stato un inventore, perché i primi mercatini nelle
stazioni della metropolitana li ho messi su io con tre compagni."
"Vendendo abbiamo guadagnato i soldi per mangiare, e dormire al coperto. Non
sempre, ma spesso. Vendendo ho anche imparato l'italiano. Qualcuno prova a
cambiare mestiere, nella speranza di una vita tranquilla, di trovare una casa,
di rimettere insieme una famiglia. E fa bene. Ma vendere è un gran bel mestiere.
Non c'è da vergognarsene. (p.13)
Il racconto è la storia delle vicissitudini, delle peregrinazioni da
Dakar a Riccione, a Parigi, a Milano e dei tentativi di superare le mille
difficoltà incontrate da Pap e dai suoi amici, caratterizzate dalla precarietà,
dall'incertezza per il futuro, dalla frustrazione per le umiliazioni subite,
dall'amarezza dello sradicamento, ma descrive anche le motivazioni che spingono
a questa drammatica esperienza umana della migrazione:
Clandestino
Come ci si sente da clandestini? Male. Oltretutto si entra in concorrenza
con chi sta male quanto noi. Un immigrato deve subire, tacere e subire, perché
non ha diritti. Deve reprimere dentro di sé ogni reazione, svuotarsi di ogni
personalità. Subire con la consapevolezza che questa è l'unica possibilità.
Mettiamo il caso che io mi trovi davanti a un poliziotto. La prima regola è dire
sempre: "Sì, capo. Hai ragione, capo. Scusa, capo". La seconda regola e
abbassare gli occhi. E' il segno che il clandestino è pieno di rispetto davanti
alla divisa. Ha capito bene chi comanda. Non sta scritto in nessun posto, ma
sono regole da imparare a memoria. Se il poliziotto cresce, si allunga, si
gonfia, forse ce l'hai fatta. Hai guadagnato la sua benevolenza, ti lascerà
andare. Ho fatto il venditore per anni, poi ho preferito smettere. Ma ci sono
ragazzi che hanno sempre e solo venduto. E hanno cominciato a farlo in Africa,
fin da bambini, come i loro nonni e i loro genitori: era il mestiere che si
ereditava in famiglia. lo invece sono stato il primo della mia famiglia a
vendere. Ho imparato in Costa d'Avorio, ad Abidjan. Vendevo l'avorio ai turisti
italiani e francesi. Dal Senegal alla Costa d'Avorio, poi in Italia. Dall'Italia
sono andato in Francia, mirando alla Germania, ma alla frontiera mi hanno
respinto, perché non avevo soldi a sufficienza. Sono tornato in Francia, ma li
proprio non volevo vivere. Avevo sempre paura, non so neppure di che cosa, ma
avevo sempre paura. Forse la situazione non era cosi drammatica, forse erano
solo pericoli immaginari, perché per tutto il tempo in cui sono rimasto in
Francia non ho mai avuto problemi con la polizia. Però mi aspettavo sempre il
peggio, anche se non mi hanno mai chiesto neppure una volta i documenti. I
problemi li avevo per via dei soldi e magari per colpa dei senegalesi, poco
ospitali. Sono rientrato in Italia e ho ripreso a vendere, finché sono riuscito
a trovarmi un altro lavoro. Vendere mi dava paura e angoscia, perché ero dovuto
scappare una infinità di volte davanti ai vigili, perché mi avevano sequestrato
la merce, perché ero finito in prigione, perché tanti mi guardavano male quando
non mi insultavano se esponevo i miei elefantini e le mie collane davanti al
loro negozio. Ma per
capirci meglio dobbiamo tornare a Dakar.
Africa
(…) In Senegal di gente che se ne sta in giro senza combinare niente ce n'è
già tanta. Camminare lungo le strade bianche di Dakar è l'occupazione nazionale.
Il mio paese, diviso in caste, è povero. Sempre più povero, perché dopo dieci
anni di siccità la coltivazione delle arachidi è andata in crisi. Altri paesi le
producono e i prezzi sono scesi. C'è un governo socialista in Senegal. Ma non
riesco proprio a capire perché si chiami socialista. Il Senegal è povero e la
gente protesta, ma sa che non otterrà mai nulla. La maggioranza non sa né
leggere né scrivere. Circolano molti giornali, ma finiscono sempre nelle mani
degli stessi, che controllano tutto. Non è però vero che non ci sia interesse
per la politica. Forse si discute più che in Europa. La gente ha sempre qualche
cosa da dire e una gran voglia di gridare contro qualcuno. Tutti parlano e
protestano. Tutti alzano la voce. Protestare è la seconda occupazione nazionale.
Ma il potere se ne disinteressa. In trent'anni s'è costruito piedi forti e può
camminare ovunque e fare quello che vuole. Nei villaggi si è diffusa la
corruzione. Se arrivano soldi li intasca chi è d'accordo con il governo. Per
chiudere la bocca a chi si lamenta si usa la tattica del rinvio: 'Vedremo
domani, fratello, provvederemo domani'. Tutto si perde nel vento, le proteste e
le speranze. E' come sa sabbia del deserto: pare si debba sempre alzare, invece
è sempre allo stesso posto.
"L'Africa è governata male. Troppi profittatori: Puoi anche studiare e lavorare,
ma non cambia, perché chi comanda non è disposto a concederti un po' del suo
spazio. Così la gente se ne deve andare: Ha speranze solo se fugge, se riesce a
raggiungere l'Europa. A lavorare sono in pochi. Tutti dipendono da loro. Per
questo non si può tornare: se torni vai solo ad aggiungerti ai tanti che vivono
del lavoro di pochi. (…)
Cento anni fa Dakar era un villaggio di pescatori. I francesi l'hanno
trasformata in un porto e l'hanno proclamata capitale del Senegal. Dalle
campagne dell'interno i contadini hanno cominciato a emigrare verso la nuova
capitale, che pareva allora ricca e fortunata. A Dakar, a Dakar, era il sogno,
l'aspirazione di tutti. Anche i miei hanno seguito questa strada. Adesso Dakar è
una grande città di un milione di abitanti in un paese che ha perso anche la
voglia di sognare. Quando sono tornato, mi è sembrata piccola. Una città
piccola, quasi un'isola. Nei suoi tramonti mi rivedo ancora. Tramonti
sull'oceano, lungo le spiagge, tramonti che spargono all'infinito i nostri
colori, il blu, il rosso, il giallo, i colori dei nostri vestiti. E intorno a
Dakar la campagna verde, nel silenzio. A noi piacciono i colori vivaci. ". (pp.
14 - 18)
E' una storia, quella di Pap, che gettando uno sguardo sulle esperienze passate,
fa emergere, oltre alle sofferenze patite, anche storie di amicizia e
solidarietà, sia all'interno della comunità senegalese, sia tra immigrati e
italiani (i Tubab, i bianchi) quando i pregiudizi lasciano il posto alla
comprensione. E in questo già anticipa le speranze per un domani aperto
all'integrazione di culture, razze, lingue e religioni diversi: una società più
ricca perché piena di colori diversi.
D'altra parte, solo la fiducia e la speranza che le barriere culturali e sociali
possano un giorno essere superate può dare la forza di vivere esperienze come
quella di Pap e di tanti come lui:
Bambini
"Questa è la vita di un senegalese, la vita che conosco da un tempo che mi
pare lunghissimo, ma in fondo fortunato, perché, come si dice al mio paese, se
una cosa la puoi raccontare, vuol dire che ti ha portato fortuna. Molti ragazzi
stracciano i loro permessi di soggiorno e tornano in Senegal, perché non ne
vogliono più sapere dell'Italia, della polizia, dei carabinieri, delle vendite,
degli elefanti, delle aquile di avorio, delle collane, delle Lacoste, delle
borse Vuitton, delle camere d'albergo, dei fogli di via, dei sequestri, del
freddo.
Il freddo di qui al quale non riuscirò mai ad abituarmi.
Molti restano e conoscono delle ragazze italiane. Si innamorano. Ci sono
matrimoni, e poi anche separazioni e divorzi. E poi ancora matrimoni. Nascono
bambini." (p143)
(Da Pap Khouma, Io venditore di elefanti, Garzanti, 1990)
Dal 1° Convegno Nazionale "Culture della migrazione e scrittori migranti"
Per leggere gli Atti del Convegno