Les Bouts de Bois de Dieu: Banty Mam Yall

Lo sciopero dei ferrovieri e il cambiamento della società africana

da "La società del Senegal indipendente nel cinema di Ousmane Sembène"

di Monica Di Bari

 

Nel 1960, vigilia dell’Indipendenza senegalese e di molti stati africani, Sembène Ousmane termina Les Bouts de Bois de Dieu, affresco di una straordinaria presa di coscienza comune, quella dei lavoratori operai senegalesi esiliati nel proprio territorio dall’arroganza coloniale.

 

Il romanzo restituisce alla storia lo sciopero dei ferrovieri che tra il 1947 e il 1948 coinvolse il Senegal, per la precisione il triangolo tra Thiès, Dakar e Bamako, nell’attuale Mali; è nell’alternarsi di queste tre diverse realtà, unite dalla ferrovia, che Sembène organizza il racconto.

 

L’evento è descritto in un’ottica politica e sociale, individuando le condizioni economiche che spinsero i lavoratori a mobilitarsi:

Les hommes et les femmes qui, du 10 octobre 1947 au 19 mars 1948, engagèrent cette lutte pour une vie meilleure ne doivent rien à personne ni à aucune “mission civilisatrice”, ni à un notable, ni à un parlamentaire. Leur exemple ne fut pas vain: depuis, l’Afrique progresse.[1]

Il titolo Les Bouts de Bois de Dieu, dall’espressione in lingua wolof Banty Mam Yall, che significa “pezzi di legno di dio”, si riferisce a un’antica credenza africana, secondo la quale gli esseri viventi non vengono contati, per non abbreviarne l’esistenza. Al loro posto si nominano dei “pezzi di legno di Dio”, appunto banty mam yall.

 

Nel romanzo, infatti, i personaggi sono rappresentati in funzione della loro aggregazione di fronte alla realtà della lotta e dello sciopero; la singolarità dei personaggi individuali ha meno importanza dei diversi gruppi che si affrontano nella storia e per comprendere il romanzo occorre considerare questi gruppi come vere entità collettive.[2] L’azione solidale degli operai, tra i quali emerge la determinazione e il sostegno delle donne, è in opposizione dialettica alla politica dell’amministrazione coloniale che collabora con i notabili africani: deputati e capi religiosi.

 

La realtà dello sciopero cambia la mentalità degli individui in quanto singoli e mette in discussione i valori di un’intera società; l’evento, che nasce dalle rivendicazioni e dalla presa di coscienza dell’insieme dei lavoratori, contribuisce per Sembène al processo di decolonizzazione e alla marcia verso l’Indipendenza.

 

Le rivendicazioni degli scioperanti nascono da esigenze economiche concrete: il pensionamento, l’aumento dei salari e gli aiuti familiari, diritti dei quali gli altri lavoratori in quanto bianchi e privilegiati sociali possono beneficiare. La prima denuncia degli scioperanti è quella dello sfruttamento economico, aggravato dall’oppressione coloniale e razziale. All’inizio del romanzo è Tiemoko, militante di Bamako, a farsi portavoce di tale denuncia:

C’est nous qui faisons le boulot, rougit-il, et c’est le même que celui des Blancs. Alors pourquoi ont-ils le droit de gagner plus? Parce qu’ils sont des Blancs? Et quand ils sont malades, pourquoi sont-ils soignés et pourquoi nous et nos familles avons nous le droit de crever? Parce que nous sommes des Noirs? En quoi un ouvrier blanc est-il supérieur à un ouvrier noir? On nous dit que nous avons les mêmes droits, mais ce sont des mensonges, rien que mensonges ![3]

Il conflitto razziale è in primo luogo conflitto di classe e di interessi che oppone i lavoratori neri, oppressi e sfruttati, ai lavoratori e ai dirigenti bianchi; questi ultimi incarnano l’idea di una missione civilizzatrice rispetto a un mondo africano visto come esotico, barbaro e primitivo. Dejean, direttore degli uffici di Thiès della linea Dakar-Niger si esprime all’inizio dello sciopero in questi termini:

Donner des allocations familiales à ces polygames? Dès qu’ils ont de l’argent, c’est pour s’acheter d’autres épouses et les enfants pullulent comme des fourmis[4]

E alla fine del romanzo conserva le stesse opinioni:

Céder sur la question des allocation familiales…c’était reconnaître pour valable une manifestation raciale, entériner les coutumes d’êtres inférieures, céder non à des travailleurs mais, à des Nègres et cela Dejean ne le pouvait pas.[5]

Se lo sciopero non cambia la mentalità dei colonizzatori e la loro percezione degli africani in quanto colonizzati, inferiori e da assimilare, la società africana descritta nel romanzo mette in discussione e rielabora più volte i propri valori. Oltre al conflitto di classe, lo sciopero mette in luce una distanza generazionale all’interno della società africana: i vecchi Sounkaro e Niakoro si stupiscono di come i giovani abbiano deciso uno sciopero, senza tenere in considerazione i consigli degli anziani, quando fino a poco tempo erano rispettati come saggi.

 

Bakayoko, leader dello sciopero. La bambina di otto anni assiste alle riunioni sindacali e impara il francese, non in quanto lingua del colonizzatore, ma come strumento politico usato dagli scioperanti: il francese può essere infatti lingua franca tra il bambara, il pulaar e il wolof; ma la vecchia Niakoro trova inconcepibile e irrispettoso che la bambina le si rivolga con la lingua dei bianchi e per questo la rimprovera. Per Sembène il futuro e la speranza del cambiamento è nella preparazione delle nuove generazioni, qui rappresentate dalla piccola Adjibidij, che impara la lingua dei bianchi, “pour apprendre son métier d’homme”, in quanto come sostiene la bambina “demain femmes et hommes seront tous pareils[6]. Sembène evidenzia nel romanzo l’utilizzo del francese come strumento di comunicazione tra i diversi gruppi impegnati nello sciopero; ma resta sostenitore del recupero delle lingue africane locali come affermazione di indipendenza culturale e politica per i popoli africani: alla fine del romanzo Bakayoko parla in wolof, rivendicando il diritto allo sciopero davanti ai compagni e alle autorità coloniali, ripetendo le ultime frasi in bambara, pulaar e francese[7].

 

L’incontro e la collaborazione tra le generazioni è indispensabile alla riuscita dello sciopero e alla costruzione della nuova società africana: nel romanzo il vecchio Keita si affianca ai giovani nello sciopero e con estrema lucidità descrive il cambiamento della società africana di fronte alla modernità:

Aujourd’hui tout est mélangé. Il n’y a plus de castes, plus de griots, plus de forgerons, plus de cordonniers, plus de tisserands. Je pense que c’est l’oeuvre de la machine qui brasse tout ainsi.[8]

La ferrovia, teatro dello sciopero, non è semplicemente descritta come un elemento coloniale e di provenienza esterna, ma come parte della società africana che ne comporta inevitabilmente il cambiamento. Sembène sostituisce la nozione di una società africana fondata sulla purezza della tradizione con una visione storica e che tiene in considerazione i mutamenti sociali della realtà africana, nel rapporto con la locomotiva in quanto macchina; tale rapporto comporta per i lavoratori una nuova consapevolezza: oltre a quella di essere neri quella di essere operai, alienati e sfruttati nel proprio lavoro. Lo stesso Bakayoko afferma:

L’homme que nous étions est mort et notre seul salut pour une nouvelle vie est dans la machine, la machine qui, elle, n’a ni langage, ni race.[9]

Tra gli operai nasce una coscienza di classe, che li porta a comprendere le contraddizioni politiche ed economiche alla base del loro sfruttamento. La situazione in cui si trovano non è solo opera del colonizzatore, ma anche dei rappresentanti politici africani, incuranti della massa. Sempre Bakayoko si fa portavoce di questo giudizio politico; quando Dejean suggerisce l’intervento dei deputati neri per risolvere il conflitto, il leader africano lancia una dura invettiva contro l’intelligentia nera:

Nos députés, savez vous ce que nous en pensons? Pour nous, leur mandat est une patente de profiteur. Voilà ce que nous en pensons. Nous les connaissons. Il en est parmi eux qui, avant de se faire élire ne possédaient même pas un deuxième pantalon. Maintenant ils ont appartement, villa, auto, compte en banque, ils sont actionnaires dans des sociétés. Qu’ont ils de commun avec le peuple ignorant qui les a élus sans savoir ce qu’il faisait? Ils sont devenus les alliés du patronat et vous voudriez che nous portions notre différend devant eux? Non, non, mille fois non![10]

L’imborghesimento dell’élite africana e la sua impreparazione, alla vigilia e dopo l’Indipendenza, è una delle tematiche più frequenti sia nella produzione letteraria che cinematografica di Sembène; tale tematica svela la realtà storica della politica di assimilazione francese e la conseguente creazione di quadri dirigenti africani legati alle autorità coloniali e, dopo l’Indipendenza, interessati a mantenere i legami con la vecchia “metropoli”.[11] Il romanzo di Sembène, mette in luce un’altra realtà altrettanto storica: la complicità e la collaborazione dei capi religiosi con le autorità coloniali; storicamente i Marabutti, esortavano i fedeli a riprendere il lavoro, anche perché lo sciopero aveva sospeso il pellegrinaggio annuale della confraternita murid a Touba. Nel romanzo l’imam El Hadji Mabigué si rivolge in questi termini alle donne degli scioperanti:

Nous n’avons pas à lutter contre la volonté divine… Je sais que la vie est dure, mais cela ne doit pas nous pousser à désespérer de Dieu…Il a assigné à chacun son rang, sa place et son rôle; il est impie d’intervenir. Les toubabs sont là: c’est la volonté de Dieu. Nous n’avons pas à nous mesurer à eux, car la force est un don de Dieu et Allah leur en a fait cadeau.[12]

Dal romanzo emerge come l’atteggiamento dei capi religiosi sia quello di piegare alla rassegnazione i lavoratori, stremati da uno sciopero che riceve come risposta il blocco dei generi di prima necessità, impedendo ai commercianti la vendita di riso, miglio e mais agli scioperanti e chiudendo gli acquedotti nei quartieri operai.

 

La determinazione degli uomini impegnati nello sciopero è sostenuta dal coraggio delle donne, tradizionalmente legate alla sussistenza e al sostentamento della famiglia.

Queste, oltre a rafforzare il sistema di solidarietà tradizionale e di mutua assistenza della società senegalese, si distinguono nel romanzo per un imprevedibile coraggio e capacità di organizzazione: a Dakar Ramatulaye lotta con un ariete, lo uccide con una lama e ne divide la carne con le altre donne; la donna trova questa inaspettata forza e determinazione dalla volontà di sopravvivenza e dalla necessità di sostentamento della comunità. Sono sempre le donne a marciare con determinazione da Thiès a Dakar, per esprimere il proprio sostegno allo sciopero; è dopo questa circostanza che gli uomini le vedono con occhi diversi: come compagne di lotta indispensabili. Un ruolo fondamentale è giocato da Penda, che guida le donne nella marcia; prima discriminata in quanto prostituta, si guadagna la stima e il rispetto di uomini e donne.

 

Storicamente lo sciopero terminò con accordi poco vantaggiosi per i lavoratori, ma la realtà storica che mette in luce Sembène è il cambiamento della società: la nascita di una nuova coscienza di classe, la consapevolezza dello sfruttamento, l’importanza dell’azione congiunta di uomini e donne per la costruzione dell’Indipendenza dei popoli africani.

 

Les Bouts de Bois de Dieu ha il merito di anticipare le tematiche di tutto il cinema di Sembène: il divario tra élite e massa popolare, esclusa e non rappresentata nell’evoluzione politica; l’importanza del giudizio politico, dell’azione e il rifiuto della rassegnazione in nome di ideologie mistificatrici; un nuovo ruolo per le donne all’interno della società africana.

 


[1] Si veda Ousmane Sembene, Les Bouts de Bois de Dieu, Parigi, Le Livre Contemporain, 1960.

[2] Cfr. Nouréini Tidjani- Serpos, “Roman et société: La femme africaine comme personnage des «Bouts de Bois de Dieu» de Sembène Ousmane”, in Présence Africaine n°108, IV trimestre 1978, pp. 122-137.

[3] Cfr Ousmane Sembene, Les Bouts de Bois des Dieu, cit., pp. 24-25

[4] Idem, p. 59.

[5] Idem, p. 280.

[6] Idem, p. 157.

[7] Idem, p. 336.

[8] Cfr. Ousmane Sembene, Les Bouts de Bois., cit., pp. 153-154.

[9]  Idem, p. 127.

[10] Idem, p. 281.

[11] Si veda Martin T. Bestmann, “Critiques de formes nouvelles de la vie sociale et politique: l’Oiseau noir n’a fait qu’occuper le nid abandonné par l’oiseau blanc”, in M. T, Bestman, Sembène Ousmane et l’esthétique du roman négro-africain, Parigi, 1981, p. 114.

[12] Cfr. Ousmane Sembene, Les Bouts de Bois., cit., p. 83.

 

 

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