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Film di critica sociale

di Cinzia Quadrati

 

Il secondo momento di quest’itinerario ideale del cinema senegalese, che prende forma nel tempo, con l’esperienza e la consapevolezza, è il film di denuncia sociale.

 

Al piacere dell’illustrazione, subentra l’indignazione della presa di posizione. Nel cinema di villaggio, infatti, si mostrano, con amore e una punta di nostalgia, scene di vita che vanno a formare un quadro più da ammirare che da meditare. Invece, con questi film, si accusa, quasi con rabbia, l’intero sistema socio-politico africano, analizzato e scomposto nelle sue ombre e nelle sue distorsioni che si fanno, il più delle volte, risalire al famigerato binomio tradizione/modernità, ancora irrisolto e fautore di ulteriori visioni contrastanti: tra Africa ed Europa, tra vecchi e giovani, tra donna tradizionale e donna occidentale.

 

Il fine è quello di aprire gli occhi sia di chi si rintana nel guscio protettivo del suo mondo tradizionale, sia di chi, con leggerezza, sconsideratezza, rinnega le proprie radici per inseguire il mito illusorio dell’occidentalizzazione a tutti i costi. Questi registi si fanno, così, carico di un impegno educativo-didattico che non implica esclusivamente l’uso dell’invettiva, ma anche dell’ironia. Perché con l’ironia la denuncia può essere altrettanto mordace, pungente. In Africa lo humour è un grande alleato per combattere la tragicità connaturata con l’esistenza. La consapevolezza del dolore è parte integrante di questa cultura insieme, non tanto alla rassegnazione, quanto alla tolleranza del dolore, ribaltata, spesso, sotto forma di autoironia, di gioco tragicomico. Gioco a cui partecipano attivamente anche gli spettatori di un film, che non possono fare a meno di ridere fragorosamente, alzarsi in piedi e commentare ad alta voce, se si trovano di fronte ad una pellicola coinvolgente.

 

Più che altrove, in Africa, anche il cinema è un rito collettivo. Di solito il film è una sorta di spettacolo privato per ogni persona del pubblico che vive le emozioni suscitategli in modo intimo e personale. Per l’Africano che assiste ad una proiezione, invece, è impossibile non comunicare quello che sta vivendo in quel momento a chi lo circonda, partecipando allo spettacolo e offrendo, a sua volta, una mini-rappresentazione.

 

Sembrerebbe che in Africa siano tutti attori, senza esserlo di professione. La maggior parte dei registi africani, infatti, ricorre quasi sempre ad attori non professionisti. Prima di tutto, perché i professionisti non sono una categoria molto diffusa. Data la scarsità di mezzi economici a disposizione per le riprese di un film, una minima parte del budget è destinata agli attori che, quindi, di cinema non potrebbero vivere. Così, in Africa è quasi sconosciuto il fenomeno del divismo.

 

Però, gli “attori della strada” vengono anche scelti in funzione del risultato che ci si è prefissi. Se il canone estetico prescelto è quello realista, naturalmente, la massima veridicità si può raggiungere solo grazie a chi è stato protagonista, o lo è quotidianamente, di una determinata situazione. Non contano, ovviamente, doti recitative e carisma, ma ciò che questi incarna. Non è sempre facile lavorare con persone che non fanno cinema di mestiere, giacché queste ignorano il concetto di finzione, di recitazione nel senso di interpretare una parte, non riescono a concepire il senso di un filtro tra la loro persona e il personaggio che vanno a recitare, vivono ciò che si verifica sul set con una partecipazione totale, fisica e spirituale. Per cui, se è loro richiesto un discorso od un’azione, nella realtà, sconveniente, che esula dalla loro morale o dalle loro convinzioni, difficilmente si piegheranno a farlo.

 

Comunque, la teatralità, come idea di messa in scena, rappresentazione, è parte integrante del bagaglio culturale africano. Il teatro è antico quanto il rituale religioso, anzi è stato, fin dalle origini, un tutt’uno con questo come, nell’antica Grecia, la rappresentazione del mito di Dioniso e le relative cerimonie sacrificali. Il passaggio decisivo si è verificato quando si è distaccato dalle feste comico-religiose per trasformarsi in fatto estetico a sé stante, sempre visto con diffidenza dalla religione cristiana, quanto da quell’islamica, perché in esso restavano, comunque, molti elementi riconducibili al paganesimo.

 

Particolare è il legame teatro-danza, perché, anche in quest’ultima, si ritrovano tracce teatrali, in quanto le danze africane, movimento ritmato per eccellenza, espressione corporea tra le più sentite da questi popoli, sono fortemente mimetiche.

 

Tornando allo specifico dei film di critica sociale, si può notare che uno dei costumi più discussi, all’interno della società senegalese, e, quindi, più bersagliati al cinema, sia quello della poligamia, a cui è strettamente legata la condizione della donna. Infatti, in una realtà marcatamente maschilista, poligamia è sinonimo di poliginia, essendo il solo uomo ad arrogarsi il privilegio di sposarsi  più volte contemporaneamente. È un fenomeno che interessa dal 30 al 50% degli uomini e di conseguenza, non per scelta, il 60% delle donne.

 

Quest’usanza non è un apporto della religione islamica, faceva già parte della cultura locale prima dell’islamizzazione; l’islam non l’ha mai incentivata, ma, semplicemente, tollerata, perché ben radicata nel tessuto sociale e posto un limite al numero massimo di mogli: quattro. Il “possedere” più di una moglie è un simbolo di prestigio politico-sociale, è conveniente economicamente, specialmente se si vive di un’agricoltura di sussistenza non molto meccanizzata, a cui fa comodo qualche braccio in più che lavora; è una garanzia per la vecchiaia del marito che sarà circondato da molta prole; è una soluzione per i periodi post gravidanza e, quindi, di astinenza sessuale. Bisogna, solamente, potersi permettere di mantenere una famiglia numerosa. Inoltre, è considerata un’azione a favore, a tutela della donna, per la quale il matrimonio, in modo particolare se rimasta vedova, sembra essere l’unica soluzione per sottrarsi ad una vita senza scopo, perciò immorale, con il rischio di cadere nella prostituzione.

 

È un’usanza ben codificata che prevede turni settimanali per ogni moglie per le faccende domestiche e per condividere il talamo nuziale, che si regge sull’imparzialità del marito verso tutte le mogli, aventi uguali diritti e doveri. Se si abita in zone rurali, solitamente si conduce un’esistenza in comune; in città, dove la poligamia non è meno diffusa, si preferiscono abitazioni separate per evitare i conflitti, frequenti a causa o della maggior considerazione verso la prima moglie, più anziana e saggia, o delle maggiori attenzioni per l’ultima sposa, la più giovane, o degli inevitabili dissapori legati alla convivenza, o della generale insoddisfazione sessuale delle donne.

 

La poligamia richiama immediatamente alla mente la diffusione di matrimoni combinati. È raro che un film africano dia largo spazio ad una storia d’amore, giacché l’amore non è al primo posto nelle clausole matrimoniali, decisamente scalciato dall’interesse economico. La donna è ancora, purtroppo, vista come un bene che può rendere alla propria famiglia, se stipula un matrimonio vantaggioso. In Africa, infatti, senza dote è improbabile sposarsi.

 

Nella cultura tradizionale non vi è la consapevolezza di compiere un torto, un sopruso nei confronti della donna: semplicemente il bene della famiglia-comunità viene prima di tutto e, se qualcosa è bene per la collettività, lo è anche per lei. La donna non manca, a parere della maggior parte degli africani, specialmente di generazioni passate, di considerazione, anzi, è ritenuta, all’interno della famiglia allargata, il perno di ogni mini nucleo familiare, perché  garantisce la continuazione della famiglia, mettendo al mondo dei figli e perché, senza di lei, il marito non potrebbe svolgere le attività che gli sono proprie.

 

Per anni, la donna africana non ha osato fiatare, ribellarsi a questa rete di inconsapevoli soprusi, perché rassegnata a credere che, se le cose andavano da sempre in questo modo, era giusto che così fosse. D’altronde, l’accesso all’istruzione, l’unico mezzo per acquisire consapevolezza ed autonomia di giudizio, era, almeno fino a non molti anni fa, negato alle donne, semplicemente depositarie del buon senso, derivato loro dalla saggezza popolare. Ora, al cinema, però, comincia ad emergere una figura di donna maggiormente libera ed emancipata che abbandona l’abito tradizionale, il boubou, e sceglie l’istruzione, non per semplice anticonformismo, ma perché vuole essere padrona delle sue scelte, come dei suoi sentimenti e del suo corpo, riguardo, per esempio, a pratiche quali l’infibulazione. Si fanno, a poco a poco, strada delle giovani che trovano il coraggio di ribellarsi ai vincoli della tradizione che, se imposti senza essere condivisi, possono risultare pesanti catene da spezzare.

 

Viene, così, proposta un’iconografia della donna che si distacca notevolmente dall’immagine diffusa dal film di villaggio, ripresa spesso dalle figure scultoree, come la donna con figlio, la donna che porta un peso sulla testa, la donna al lavoro con il  pestello. La prima immagine è la più tenera: sprigiona un innegabile messaggio d’ottimismo o comunque positivo. La madre con il bambino in braccio, o avvolto a sé con un telo, che sembra il naturale prolungamento del suo corpo, incarna l’Africa e il suo avvenire. L’Africa ha un futuro nella sua progenie che è, contemporaneamente, continuazione e rinnovamento, unione e distacco dall’insieme degli usi e delle tradizioni. Quando si riprende un donna che porta sul capo un vaso o un cesto, con estrema disinvoltura, non vi è alcun significato recondito: è un puro e semplice omaggio di un osservatore ammirato alla grazia,  all’equilibrio del corpo femminile, visto in tutta la sua armonia e sinuosità. Più connotata è la figura della donna che batte con il pestello: è la donna che lavora, infaticabile e un po’ rassegnata a questa condizione, limitata all’universo chiuso dei  lavori domestici. Sembrerebbe che non ci siano vie d’uscita, se non comparisse a smentire questa visione l’immagine della donna occidentalizzata che compie questo atto rivoluzionario, di rottura all’interno della famiglia e della società.

 

Un altro tema proposto spesso al cinema è il viaggio dalla campagna verso la città o,  addirittura, la  Francia, compiuto da numerosissimi giovani in cerca di un avvenire migliore. Il migrare in una città africana, nell’immaginario di chi vive in un villaggio, è perfettamente equiparabile al trasferirsi in una metropoli europea. Del resto, le città in Africa sono state, per lo più, costruite da Europei, su modello delle capitali europee, senza rispettare la fisionomia tipicamente africana, perciò sentite poco appartenenti a sé dall’Africano. Per le vecchie generazioni, poi, sono considerate un luogo di perdizione, in cui giovani uomini (è meno diffuso il caso di una donna che lascia la sua casa e la sua famiglia per immigrare) si recano dopo aver rinnegato sé, la propria storia, il senso di appartenenza a una determinata terra e reciso ogni legame affettivo. Questo tipo di viaggio e l’esperienza che ne deriva sembra essere un percorso obbligato. Si presenta come un secondo momento d’iniziazione, una seconda prova di virilità e, insieme, di conoscenza di sé, delle proprie capacità e dei propri limiti.

 

La città è descritta con crudezza, spietatezza, se ne mettono in luce i netti contrasti tra i quartieri benestanti e occidentalizzati, nell’aspetto e nella sostanza, e quelli periferici, coperti di baraccopoli dove, a stento, la gente lotta per preservare la propria dignità. La città tenta ed ammaglia il nuovo arrivato che sembra, al principio, rilevare solo il meglio del vivere occidentale, tecnologia e vita raffinata, e il peggio della realtà africana, miseria e rassegnazione. Diventa il luogo dello sbandamento e dello snaturamento temporaneo: bisogna  perdere per breve tempo la propria identità per riscoprirla rinnovata e rafforzata.

 

 

Il Cinema africano nasce in Senegal

 

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