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Il Cinema secondo Mambety
di
Cinzia Quadrati
“Che cos’è il cinema?”
chiede un bambino. Mambéty risponde: “È facile! Se chiudi gli occhi...vedi il
buio, ma se li chiudi di più, vedi tante piccole stelle. Alcune sono persone,
altre cavalli, altre uccelli. Bisogna mescolarle come cemento. Mentre si
mescolano, si deve dire loro come ci si deve amalgamare. Dite loro dove andare,
quando fermarsi, dove cadere. Questa è una sceneggiatura. Quando avete finito,
date un nome a tutto. Poi, aprite gli occhi ed avete un film. È così facile.
Basta volerlo. Puoi passare le giornate a pensarci. Dormi e lo sogni. Quando ti
risvegli vedi il suo valore. Voilà il cinema!”.
Questo è fare cinema per
Djibril Diop Mambéty,
che ha cominciato a sognarlo da bambino, vedendo film western e
immaginando di reinterpretare Mezzogiorno di fuoco e ha iniziato a
dedicarvisi alla fine degli anni sessanta, anni di fermento culturale, anche per
l’Africa. Per esempio, a Dakar, nel 1966, si teneva il primo Festival di Arti
Negre che, finalmente, avvicinava il grande pubblico alle forme artistiche
africane, contribuendo a riconoscere dignità d’opera d’arte a quelle che per i
più erano semplici forme primitive d’espressione. Fino a quel momento solamente
gli artisti cubisti e dadaisti, i primi a scoprirle, vi avevano dimostrato un
certo interesse.
Per quel che riguarda il
cinema, in Europa si andava diffondendo la corrente della Nouvelle Vague,
un modo di pensare e fare il cinema in opposizione a quello degli autori del
passato per immediatezza e libertà d’espressione. In Africa, invece, in cui il
cinema si era comunque diffuso con sessant’anni di ritardo, dominavano film
realisti, impegnati, didattici. Film semplici e lineari nella forma, perché lo
scopo primo era porre l’attenzione sul contenuto, trasmettere un’idea o
ideologia, dal momento che il cinema assumeva in prima istanza funzione sociale
ed educativa.
Mambéty prende le distanze
da quest’idea di cinema, in cui credeva principalmente
Ousmane Sembène. In primo luogo, si
dichiara apolitico, non si assume in nessun modo come impegno una missione
formatrice o riformatrice. Fare un film è qualcosa che lo riguarda e impegna
come individuo che ha scelto questa forma espressiva, perché quella a lui più
congeniale per esprimersi. Il cinema che fa è il suo cinema, nel senso che è una
sua emanazione che comunica ad altri, frutto della personale visione di sé e del
mondo circostante. Se per Sembène ogni opera cinematografica è uno strumento di
lotta politica, di rinnovamento sociale, per Mambéty è fine a se stessa, ha
valore come opera d’arte in sé compiuta, indipendentemente dal messaggio, dalla
possibile interpretazione che comporta, dal significato che assume per il
pubblico.
Il cinema è fatto di
immagini che in primo luogo sono portatrici di un valore estetico. Mentre la
maggior parte dei registi africani sembra non curarsene, egli crede fermamente
nell’importanza della forma, nella conseguente necessità di una ricerca formale
individuale che distingua il cinema africano, che gli dia una specificità
espressiva propria.
Sostiene di essere
esasperato dalla fisionomia delle pellicole africane circolanti, troppo
superficiale e indistinta. Sembra quasi che il cinema africano si accontenti di
avere l’occasione, la possibilità di esistere e che l’unico traguardo sia
mantenere questa posizione. Per Mambéty, al contrario, questo cinema, in
continuo rapporto di scambio e confronto con il cinema internazionale, deve
anch’esso contribuire al rinnovamento espressivo del cinema mondiale, portando
il proprio apporto di stili e linguaggi. Ovviamente, questi non possono esulare
dalla realtà sociale e culturale di cui sono in qualche modo lo specchio, a cui
procedono parallelamente, ma è, comunque, necessario impegnarsi a
personalizzarli per trovare una propria strada. Allora, è ora di dire basta al
cinema africano onnicomprensivo e di cominciare a parlare di differenti cinema
africani.
Mambéty deplora la
semplicità quasi disarmante della produzione dominante in Africa, lui che crede
nella sofisticazione tecnico-artistica, che sperimenta continuamente nuove
forme, nuovi percorsi volti a rendere il cinema un’arte eclettica. Perché il
cinema, a suo parere, ha la capacità di mostrare, di chiarire, senza bisogno di
semplificare, come ha la tendenza a fare Sembène. A riguardo, infatti, si è così
espresso: “Bisogna fare una scelta: o essere popolare e parlare semplicemente
alla gente, oppure cercare e trovare un linguaggio africano, escludendo le
chiacchiere ed interessandosi maggiormente ad immagine e suono”.
Sembène ha fatto sua la
semplicità del dettaglio che facilita la comprensione, scadendo nel didattismo
puro. Mambéty, invece, ha fiducia nelle capacità di assimilazione del pubblico
africano, anche di fronte ad un cinema complesso, denso di significati e
simboli, soggetto a più letture come il suo. Ama costruire trame narrative e
formali multiple, nelle quali si verificano continui intrecci, rimandi ad altro
o riprese in montaggio parallelo dal ritmo vertiginoso, creando un tutto
scomponibile, ma indivisibile. La visione della realtà non è mai univoca,
monolitica, per cui egli si limita a suggerire la sua che, del resto, è
variegata, multiforme e soggetta a continui ripensamenti.
D’altronde, la materia
prima del cinema per Mambéty è il desiderio. Il cinema è una realizzazione di un
sogno, è la fantasia che prende forma, è una faccia della realtà che trova un
senso al di fuori della mente. Egli crede maggiormente nel diritto al sogno
piuttosto che nella necessità di emancipazione. Anch’egli, a suo modo, crede che
il bisogno di cambiamento della società africana sia impellente, ma lo esprime
attraverso la potenza, l’irruenza dell’immaginario, l’intromissione nel reale di
un pizzico di fantastico che ne mette in luce gli aspetti meno ovvi. Sono i
desideri ad avere la vera forza di smuovere la realtà.
Mambéty ha, così, dato al
suo cinema un respiro visionario raro nella cinematografia africana, ha
tracciato una linea di demarcazione più unica che rara, non ancora battuta da
altri registi senegalesi ed africani in genere.
Il Cinema africano
nasce in Senegal