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I film di villaggio
di Cinzia Quadrati
L’esordio dietro alla macchina da presa della maggior parte dei registi
senegalesi avviene, spesso, con il cosiddetto “film di villaggio”, soprattutto
negli anni immediatamente successivi all’ottenimento dell’indipendenza politica.
Questi film rappresentano la realtà rurale dalla quale proviene la maggior parte
dei registi, costretti ad abbandonarla, per esempio per compiere gli studi in
città o in Europa. Si inizia con ciò che si conosce meglio, che si sente più
vicino, che è più caro. La prima tappa del percorso personale del regista e,
spesso, dell’intera cinematografia africana, è osservare la realtà con orgoglio
e fierezza, per mostrarla e farla penetrare da chi la ignora e per guardarla con
altri occhi, per riscoprirla nei suoi valori fondanti e imprescindibili e nei
suoi errori, nei limiti che ne compromettono la crescita materiale e spirituale.
La focalizzazione su questa realtà è il punto di partenza per poter, poi,
spiccare il volo con la fantasia e dare voce alle aspirazioni e agli ideali di
un’intera generazione.
Il villaggio è un microcosmo più rappresentativo di una specificità etnica di
quanto lo sia la nazione, i cui confini, stabiliti per decreto, risultano
fittizi, dal momento che non si è tenuto conto di quelli naturali, sia
geografici che linguistici. La macchina da presa, seguendo con amore i piccoli
eventi o non eventi del quotidiano, sceglie, ovviamente, di dare rilievo a dei
momenti significativi della vita del villaggio, quale per esempio, la
risoluzione di controversie ad opera del capo villaggio.
Affiora, in questo modo, l’immagine di un’Africa “comunicratica”, secondo la
definizione dello scrittore maliano Sekou Tourè, in cui il potere è in mano
alla comunità dall’organizzazione di tipo familiare. La famiglia è allargata e
fortemente gerarchizzata; più famiglie che hanno origine comune e occupano il
medesimo territorio, ereditato dagli antenati e sfruttato in modo collettivo,
formano un clan e più clan una tribù.
Il capo villaggio detiene più un potere di tipo costituzionale che monarchico,
visto che le sue decisioni si rimettono sempre alla volontà del Consiglio dei
capi clan. Comunque, la sua autorità è sancita dagli antenati, dei quali egli è
rappresentante. Anche le norme giuridiche che applica sono trasmesse per via
orale, secondo tradizione, dagli avi; hanno il carattere di coesione e solidità
che è la forza del diritto consuetudinario.
L’Africa non conosce distinzione di poteri, non stabilisce alcuna separazione
tra vita laica e religiosa: come ha sottolineato il poeta Senghor, il merito
della filosofia africana è di aver creato una società armoniosa. Tutte le
discipline si compenetrano e si arricchiscono a vicenda ed è difficile stabilire
dove finisca una ed inizi un’altra, tant’è la fusione e l’interscambio.
Basta pensare alla figura del giurista che è, allo stesso tempo, anche indovino
e taumaturgo. Infatti, presso le culture tradizionali africane, non si pensa che
la malattia abbia cause naturali, fisiologiche, ma che dipende dalla volontà di
un feticcio o di un antenato o dall’intervento maligno di uno stregone. Così, la
religione entra direttamente in gioco in
queste pratiche mediche, viste
sempre con notevole sospetto dalla scienza ufficiale occidentale e da questa
liquidate come meri riti magici, senza alcun fondamento razionale di veridicità.
È vero che il primo passo per curare il male è fare un sacrificio agli dei per
scoprire il motivo di questa ripercussione e ottenere il perdono. Ma, poi, per
ristabilire l’ordine della forza biologica turbata da un trauma fisico-organico,
si ricorre ad una ricca farmacopea che si basa, soprattutto, sulle proprietà
benefiche delle erbe. Questo dimostra la grande conoscenza dei segreti della
natura da parte di questi popoli che sanno sfruttarla a loro vantaggio nel
rispetto dell’equilibrio ambientale.
Un altro rito collettivo a cui, molte volte, si assiste è quello d’iniziazione,
vissuto con grande partecipazione dall’intera comunità. Per l’africano esiste
la persona e le persone della persona: ognuno è composto da più interiorità, da
molteplici piani di esistenza sovrapposti. Mentre prima dell’esistenza terrena
si vive una preesistenza cosmica nel regno dell’amore e dell’armonia in cui
nulla si muove, sulla terra ogni individuo esce dalla staticità per entrare in
una serie di dinamiche costanti che fanno parte del suo processo evolutivo.
Questo culmina nella piena realizzazione della persona, nel momento in cui viene
dotata della forza morale e mentale. Tale percorso è lungo e graduale. Dapprima,
l’educazione del bambino spetta alla famiglia, ai genitori, in un secondo
momento, quando questi raggiunge l’adolescenza, se ne fa carico tutta la
comunità, in particolar modo gli anziani del villaggio. Il fanciullo, dopo un
periodo di noviziato, di apprendistato, diventa uomo, una volta superata una
prova di forza, come potrebbe essere quella della circoncisione, per esempio.
Questo genere di cinema non può che fare propria, assorbire, interiorizzare e,
poi, esprimere in immagini l’essenza poetica che traspare da questi
apparentemente insignificanti, minimali avvenimenti che sembrano ripetersi
uguali da secoli ed avere la forza e la dignità di continuare a farlo ancora a
lungo. Un cinema molto spesso naïf e di poesia misteriosamente
silenziosa: le parole pronunciate non sono molto numerose visto che resiste
ancora la comunicazione non verbale, quella del corpo, la capacità di ascoltare
e di dare un senso al silenzio. Il ritmo è lento e cadenzato (per molti
spettatori, troppo lento), modellato su tempi di azioni dilatate, quasi
protratte all’infinito, perché la vita in Africa è scandita dal corso del sole
che, lì, sembra non tramontare mai.
I registi africani non amano il primo piano, ma i piani lunghi, che guardano
lontano, fino a dove l’occhio umano può spingersi, perché l’africano
difficilmente guarda solamente sé: sarebbe presuntuoso, visto che solo Dio ne ha
il diritto. Queste ampie panoramiche ricordano, quindi, che l’esistenza, come il
cinema, come l’arte in generale, non ha alcun valore se non c’è qualcuno o
qualcosa da guardare o ascoltare che, ascoltando e guardando a sua volta, ci dà
un segno di vita.
Il Cinema africano
nasce in Senegal