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Associazione culturale Liutprand

Nata nel 1994, per studiare e diffondere le tradizioni di Pavia e del suo territorio, ha ormai al suo attivo un ricco patrimonio editoriale.

 

Lo stile sudanese 

 di Alberto Arecchi

Architetto e autore di diversi studi sulle culture dei Paesi africani,

sui problemi dell'habitat e delle tecnologie appropriate

 

Nei bacini del fiume Niger e del lago Ciad, in quello che in epoca coloniale è stato definito "Sudan occidentale" e oggi è più conosciuto come Sahel, zona di cultura islamica, troviamo un'ampia diffusione di case composte di corpi a pianta rettangolare, intorno a cortili. I due termini indicano due fasce climatiche contigue: il Sudan è la zona delle savane, che confina a sud con la foresta, e il Sahel ne costituisce la "frontiera" verso il deserto: una zona ove solo la pastorizia nomade è possibile, a causa delle scarse piogge.

La desertificazione fa spostare verso sud il confine tra le due fasce.

 

Alcuni autori hanno semplicemente affermato che le costruzioni ad angoli retti, con il tetto piano a terrazza, oppure a cupola, sono state introdotte dal mondo arabo mediterraneo, attraversando il deserto. È un'affermazione difficile da dimostrare. Da tempo, però, si tende ad identificare uno stile unitario sudano-saheliano, che si esprime in varianti locali attraverso tutta la regione: case a cortile, con tetti piani o a cupole, parapetti forati da gocciolatoi, tutto costruito con argilla cruda, con l'uso di spezzoni di tronchi di palme per le travi e i sostegni delle coperture.

 

Alcune di queste caratteristiche si ritrovano nelle oasi sahariane e nell'architettura mediterranea, non solo in quella mussulmana. La più importante di queste caratteristiche è il cortile a patio, che garantisce l'intimità delle stanze rivolte all'interno. Ad ogni modo, diversi aspetti dello stile sudanese si ritrovano in altre zone, al di fuori dell'area da esso abbracciata, anche al di fuori dell'influsso mussulmano, mentre altri popoli della regione, pur convertiti all'lslam da lunga data, costruiscono in stili diversi. Citiamo ad esempio peul, nupe, khassonké.

 

  Un autore, Engestrom, attribuisce l'origine d'uno stile che chiama proto-sudanese a una base espressiva che accomuna l'architettura dei Dogon, dei Samo, dei Bobo e dei Numara. Egli ritiene che questi popoli fossero i più antichi abitanti della regione e che abbiano adottato le case quadrate ben prima dell'arrivo dell'lslam. L'uso di argilla e pietra permise di evitare l'uso eccessivo di legname e di altri materiali vegetali, in zone semiaride in cui tali risorse non abbondano e in cui il rischio d'incendi può sempre minacciare le costruzioni. La pianta rettangolare si adatta bene alle diverse situazioni urbane della zona, perché permette un migliore sfruttamento degli spazi.

Songo (Dogon), foto del Prof. Carlo Cencini,

Università di Bologna

   

 

Lo stile sudanese deriva dalla cultura urbana, più che non dalle norme dettate dall'Islam, e ciò spiegherebbe perché altri popoli mussulmani non l'abbiano adottato e perché, ad esempio, nella regione haussa e nella parte orientale del bacino del lago Ciad, in edifici rurali che sorgono in zone con una maggiore intensità di piogge, si ritrovano coperture a falde di materiali vegetali, applicate su edifici per il resto simili a quelli urbani. Nel sec. XIV Al Omari descriveva le case del Mali coperte da cupole o da volte "a gobba di cammello", secondo che fossero di pianta rotonda o rettangolare. Oggi, in quell'area, le costruzioni tradizionali sono rettangolari col tetto piano. Le tipologie descritte da Al Omari si trovano piuttosto nelle zone centro-meridionali del territorio degli Haussa.

 

Una sequenza interessante è apparsa negli scavi delle rovine di Awdaghost, una delle capitali del regno del Ghana, sita nel sud dell'attuale Mauritania. Gli strati più profondi appartengono a un villaggio dei sec. VIII-IX fatto di terra cruda, al quale nel sec. IX si sovrapposero costruzioni di pietra. Successivamente la città venne ricostruita usando le rovine di tali edifici come fondazioni, sulle quali si eressero nuove case di terra. Una moschea di Timbouctou fu descritta nel sec. XVI da Leone l'Africano come "il tempio più maestoso con muri di terra e argilla". Oggi, nella città, tutti gli edifici sono soltanto di mattoni di terra cruda, mentre ancora recentemente, sia a Timbouctou sia nei villaggi circostanti, si vedevano case con la metà inferiore dei muri fatta di pietra.

 

Nel bacino del lago Ciad sono stati ritrovati mattoni cotti, in oltre un centinaio di siti archeologici. Tale tecnica si poté sviluppare in risposta ai vincoli della situazione geografica: pianure piatte e facilmente allagabili, in cui edifici di terra cruda avrebbero avuto vita breve. L'ipotesi è confermata dal fatto che quando, nel sec. XIX, la capitale del Kanem-Bornu fu spostata a Kakawa, si abbandonò la tecnica del mattone cotto; in quell'epoca un'ondata di siccità, simile a quella conosciuta negli scorsi anni '70, ridusse notevolmente l'estensione del lago Ciad, fece progredire il deserto verso sud e rese meno sensibili gli inconvenienti causati alle costruzioni dalle inondazioni annuali. Inoltre, in tutto il bacino del Niger, ritroviamo il mattone cotto solo in una zona ristretta, intorno a Djenné, in situazioni paludose simili a quelle esaminate nel bacino del lago Ciad. Sembra che la tecnica del mattone cotto fosse conosciuta ben prima del sec. XIV e dell'arrivo dell'architetto Es Saheli.

 

Esistevano regolari scambi culturali attraverso il deserto, lungo le piste dei commerci e dei pellegrinaggi. I minareti affusolati di Timbouctou, Agadès e Tichitt ricordano le torri delle cittadelle berbere dell'Atlante. Non sappiamo dire se l'influsso stilistico viaggiò da Nord verso Sud o viceversa. Lo stesso discorso vale per le facciate in rilievo e dipinte delle case degli Haussa, di quelle maure di Walata e di quelle marocchine a Marrakech.

 

Moschea di Agadès, foto dell'Arch. Alberto Arecchi

 

La tradizione vuole che le tipiche facciate delle case a due piani di Djenné derivino direttamente dai prototipi di Timbouctou. Gli elementi architettonici dei portali, divenuti sobri elementi plastici, si staccano dall'intonaco d'argilla che riveste i mattoni crudi; due pilastri arrotondati e strombati delimitano tre riquadri sovrapposti: l'inferiore racchiude la porta d'ingresso, il medio una piccola finestra che dà luce all'interno e il superiore, sormontato da una fila di merli piramidali, incornicia pinnacoli fallici in altorilievo.

 

Una cinquantina d'anni fa, nell'Africa occidentale francese si era diffusa un'imitazione di questo stile e gli edifici pubblici coloniali, benché realizzati in cemento armato, ripetevano le forme dell'architettura sudano-saheliana.

 

 

 

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