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Associazione culturale Liutprand

Nata nel 1994, per studiare e diffondere le tradizioni di Pavia e del suo territorio, ha ormai al suo attivo un ricco patrimonio editoriale.

 

Le architetture del periodo coloniale  

 di Alberto Arecchi

Architetto e autore di diversi studi sulle culture dei Paesi africani,

sui problemi dell'habitat e delle tecnologie appropriate

 

I primi edifici coloniali furono forti militari e stazioni di scambio commerciale nei punti strategici, per assicurare la penetrazione e l'esportazione delle materie prime. In seguito, porti e città hanno consolidato il controllo amministrativo e politico dei territori conquistati. Vari stili, secondo la nazionalità dei costruttori e l'epoca di fondazione, hanno marcato l'Africa del colonialismo. Sino alla metà del secolo scorso, la maggior parte delle costruzioni utilizzava materiali locali (basalto, calce fatta di conchiglie o di corallo, ghiaia ecc.), adattati però alle tecniche di costruzione europee. L'architettura coloniale classica teneva accuratamente conto dei fattori climatici e studiava accorgimenti per migliorare il benessere degli abitanti: protezioni contro gli insetti (le case sollevate dal suolo, grazie a sistemi di palafitte), contro il sole (ampie verande e gallerie coperte), contro il calore (studio accurato della ventilazione interna), contro la pioggia.

 

 

Quando le potenze europee decisero l'occupazione effettiva dei territori africani, un grande sforzo fu dispiegato per costruire le nuove capitali "bianche", importando materiali dalla metropoli e mettendo in opera nuovi sistemi costruttivi già sperimentati in Europa. Si realizzarono edifici con ossature di ferro annegate in murature di blocchi di cemento. Le stazioni ferroviarie (la più interessante è quella di Dakar) ed il Palazzo del Governatore di Grand Bassam (Costa d'Avorio) sono i migliori esempi di tale sistema, che si basava su una progettazione accurata ed una prefabbricazione in Europa delle parti metalliche, poi trasportate e montate in loco.

Foto di Annalisa Ferrari    
     
  In alcuni casi, troviamo in Africa riflessi o influssi dell'architettura contemporanea europea: a Dakar, l'elegante Institut Pasteur, prodotto dell'Art Nouveau; ad Algeri, l'influsso di Le Corbusier, che in gioventù si era formato sull'architettura vernacolare delle oasi mozabite.

 

Foto: ASNOM    
     
  Negli anni Trenta, in Africa occidentale, molti edifici pubblici si ispirarono ad un revival folkloristico dell'architettura sudano-saheliana. Dalle scenografie urbane di Timimoun, nel sud algerino, opera del capitano-urbanista Athénour, all'Istituto d'igiene sociale di Dakar ed all'attuale Palazzo di Ségou (Mali), si diffuse lo stile dell'argilla cruda, le cui forme erano persino imitate con l'uso del calcestruzzo armato.
Ségou, foto di Enzo Padovani    

Infine, nel quindicennio successivo alla seconda guerra mondiale, prima delle indipendenze nazionali, anche nell'Africa a sud del Sahara si diffuse lo stile internazionale moderno, basato sui nuovi materiali e sui presupposti ideologici di un progresso eurocentrico.

 

 

 

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