Gli insediamenti precari urbanidi Alberto Arecchi Architetto e autore di diversi studi sulle culture dei Paesi africani, sui problemi dell'habitat e delle tecnologie appropriate
Il tasso annuale medio di crescita della popolazione africana si aggira intorno al 2,9%, mentre quello delle grandi città tocca l'8% e non sono più casi eccezionali quelli di città che crescono del 10% o più, là dove l'esodo rurale si accentui per calamità naturali o fenomeni legati allo sviluppo disuguale del territorio. Il tasso di crescita degli insediamenti urbani precari e marginali, poi, è mediamente superiore al 25% annuo.
In Africa, ogni anno, oltre cinque milioni di persone cercano nuovo alloggio alla periferia delle città. La grande maggioranza di questa nuova popolazione urbana sembra destinata a sopravvivere nella totale incertezza, nella precarietà, nella ricerca (priva di speranze reali) di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, ai margini del "grande miraggio" costituito dalla città moderna.
I nuovi miti, le nuove sette religiose, le lotterie e le speranze riposte nei "moltiplicatori di banconote" che proliferano dappertutto, rendono solo superficialmente l'idea di questa perenne attesa dell'evento miracoloso, che possa trasformare la vita, così diffusa nelle periferie delle grandi città.
Oltre l'80% degli abitanti di Lagos, di Maputo e di Addis Abeba vivono in quartieri malsani, fatti di abitazioni precarie e privi di servizi civili. Secondo stime recenti, la percentuale delle abitazioni marginali è del 65% a Bamako, 52% ad Accra, 63% a Kinshasa, 90% a Yaoundé, 65% a Ouagadougou. Il 40% degli abitanti di Nairobi e oltre la metà di quelli di Nouakchott conoscono situazioni analoghe nella lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Nei Paesi in cui tale fenomeno assume proporzioni più rilevanti, il decadimento
fisico dei quartieri degradati crea slums, bidonvilles, caniço, musseque, tchika,
baracche e paillottes. I materiali stessi usati per la costruzione, ridotti al
minimo livello di protezione dell'intimità e di dignità, identificano la
marginalità. In altri luoghi (ad esempio a Capo Verde o in Guinea Bissau) non si percepisce differenza di stili e di materiali che caratterizzi l'emarginazione urbana. La soglia è quasi impercettibile, ma permane il fenomeno. Masse di abitanti che abbandonano le attività di produzione agricola per gravare sulle città, generano fenomeni di parassitismo e provocano il tracollo dell'organizzazione urbana tradizionale, costituiscono una realtà grave, anche in piccole proporzioni, quando tale fenomeno sia rapportato ad una media o piccola economia.
Persino a Libreville, nello stato più ricco dell'Africa nera, con un reddito medio pro capite superiore a quello di alcuni paesi europei, nei quartieri di Akébé-Plaine le baracche di tavole e di cartoni si allineano lungo le pozzanghere e gli scarichi di fogne a cielo aperto, veri nidi di topi. Sui giornali delle capitali africane non sono infrequenti notizie come questa riportata da "Fraternité-Matin" di Abidjan: "I bulldozer sono arrivati a Abobo-avocatier ed hanno raso al suolo mille alloggi costruiti senza autorizzazione".
Per i governi, l'habitat precario è essenzialmente questo: illegale, non autorizzato, oppure semplicemente "non censito, inesistente". La politica del bulldozer ha precedenti lontani: già nel 1906 si provvedeva a demolire lo slum di New Bell, nel Camerun. L'unico risultato è stato, per diversi decenni, quello di far riprodurre le cinture di baracche ad una distanza via vìa maggiore dai centri urbani (SOULOU).
Il patrimonio architettonico in Africa occidentale
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