Chi narra le fiabeda ”Laboratorio sulla Fiaba Africana”, di Alessandra Ferrario Pedagogista, impegnata nell'educazione interculturale nella scuola
L’arte e la funzione del narrare, in Africa, sono appannaggio del griot, che nell’antichità rappresentava la casta nobile. Egli era il consigliere del re, il “saggio per eccellenza”, da consultare prima di ogni decisione importante.[1]
Attualmente la funzione politica del griot è notevolmente diminuita, tuttavia continua a essere il cantastorie per eccellenza, il depositario di un sapere che viene ancora tramandato di generazione in generazione. I giovani che volevano diventare griot dovevano dedicarsi per lunghissimi anni allo studio di alcuni generi letterari come la poesia, i canti dinastici o le epopee della tradizione. Gli allievi, fin dalla più tenera età, venivano affidati ad abili artisti insieme ai quali trascorrevano molti anni di studio esercitandosi nelle diverse espressioni e forme culturali[2]. Questo periodo di preparazione poteva durare fino a quindici anni.
Per quanto riguarda la relazione tra griot, anziani e comunità di appartenenza, bisogna tener presente che nelle società africane il sapere non appartiene al singolo filosofo, intellettuale, individuo; è patrimonio della comunità. In generale quindi, il griot e gli anziani avevano e hanno soltanto il compito di controllare che la tradizione e i valori della cultura vengano tramandati, senza che nessuno se ne prenda il merito se non gli antenati, coloro che hanno tracciato le strade che ancor oggi l’Africa percorre. “Il più grande libro è il popolo”, capace di esprimere la “vitalogia”[3], ossia la logica della vita, la scienza della vita riflessa, di superare la dicotomia anima e corpo e mondo dei vivi e mondo dei morti.
La narrazione africana è punteggiata dalla ripetizione, caratteristica dominante della tradizione orale, dettata dal desiderio del narratore di rivolgersi liricamente al pubblico, di enfatizzare certe parti o di costruire una cornice entro la quale trasmettere le emozioni dei protagonisti della storia. Il narratore può introdurre delle varianti al racconto, ma deve superare la censura della collettività, impegnata a mantenere fedele la tradizione e la sua interpretazione. Superata la censura iniziale, i racconti, così come i miti e le fiabe, diventano eventi irripetibili: la loro funzione e produzione non sono mai identici; cambiando il narratore e l’uditorio si ri-crea il testo.
Ogni volta che si racconta una fiaba tutte le cose vengono riordinate, il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, il mondo ricreato. La forma del racconto ha, nella tradizione orale, un’importanza vitale. La voce è il supporto tecnico della narrazione, che crea la relazione con il pubblico. Aforismi, indovinelli, nenie, filastrocche… anticipano il racconto di una fiaba e dilatano il nostro “c’era una volta” con un vero e proprio rito propiziatorio. Semplici ritornelli si alternano a domande poste agli interlocutori creando sorpresa, enfasi, l’incanto del momento.
A poco a poco nasce un ritmo che provoca emozioni, i suoni aumentano gradatamente d’intensità finché ci si lascia andare a questa dimensione oltre il tempo e oltre lo spazio, che allude all’eternità, caratteristica fondamentale della fiaba. Altri elementi contestuali aiutano a raggiungere l’impatto comunicativo e la pienezza di significato, come l’accompagnamento strumentale o il semplice battito di mani, che crea ispirazione e stabilizza il ritmo delle parole. La danza, il ritmo sono elementi fondamentali per creare suggestione, dando avvio anche all’energia creativa dell’artista improvvisatore.
L’arte e la funzione del narrare, in Africa, sono essenzialmente, come abbiamo visto, compito del griot, ma anche degli anziani, dei capi tribù e delle donne, vere depositarie del patrimonio favolistico. A volte, in momenti particolari dell’anno, pescatori o membri di certe confraternite hanno questo stesso compito. Tuttavia è la comunità intera a produrre e consumare fiabe perché tutti gli attori sociali sono coinvolti nella ri-creazione dei testi e nella dinamica del racconto/ascolto[4].
In ogni situazione il narratore riveste un ruolo di grande importanza sociale, perché porta con sé i doni della memoria e della voce, ha la capacità di far sentire coesi i membri del gruppo e partecipa alla costruzione della stessa identità del gruppo. La preparazione del narratore africano consiste nel ripetere molte volte la sua fiaba per scoprirne la musicalità intrinseca; nello scorrere continuo di suoni e parole nasce il ritmo e la musica della fiaba.
Un’altra caratteristica propria della narrazione orale africana è l’eloquenza, cioè la capacità di essere persuasivi con la parola, di comunicare una saggezza sacra, un senso di appartenenza e di orgoglio al proprio popolo. La narrazione della fiaba è un grande momento per la trasmissione di valori e di sapere, utili per il mantenimento dell’identità culturale del gruppo e dell’individuo.
[1] Cfr. Tamsirniane D. , Sundiata, Edizioni Lavoro, Roma 1995. In questo racconto che narra l’epopea mandinga del periodo medioevale dell’Africa occidentale, si trova una buona descrizione dell’importanza e del potere del griot in quel periodo storico. È un racconto corto e abbastanza semplice. L’ho utilizzato in una IV elementare per scoprire e valorizzare un medioevo lontano, sconosciuto e aureo;abbiamo fatto una piccola ricerca e costruito un libro animato: “Medioevo…a dorso di cammello…” [2] Cfr. Okpewho I., Letteratura orale dell’Africa subsahariana, Jaka Book, Milano 1993
La fiaba come ponte tra le culture Dove e quando si narrano le fiabe
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