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EMI - Editrice Missionaria Italiana

 

Protagonisti animali

da ”Laboratorio sulla Fiaba Africana”, di Alessandra Ferrario

Pedagogista, impegnata nell'educazione interculturale nella scuola

 

Le fiabe africane attribuiscono caratteristiche umane agli animali, che sono capaci di sentire, parlare e pensare come gli uomini con una mescolanza tipicamente africana. D’altra parte la distanza fiabe-favole-racconti operata nel classificare il materiale della nostra tradizione orale e fiabesca non trova un adeguato riscontro nella letteratura orale africana che ha passaggi più morbidi e confini meno delineati.

 

Per fare un esempio, è quasi impossibile capire se il ragno Ananse è un animale dotato di caratteri umani o un essere umano con sembianze di ragno. Kwaku Ananse è per gli africani il simbolo della creatura debole, che riesce ad affermarsi facendo uso di mezzi intellettuali. Debolezza e furbizia, impotenza e forza, povertà e ricchezza si sommano nella figura del ragno, capace di entrare in contatto con le divinità per strappare i Racconti del cielo[1].

 

 

Il carattere etiologico delle fiabe

Le fiabe africane spiegano molti aspetti della natura o della vita umana (malattia, morte, dolore…):

 

Ogni volta che Owuo chiude quell’occhio muore un uomo,

e, disgraziatamente per noi, lui ammicca e lappola in continuazione.[2]

 

Spesso il finale è una “spiegazione dell’ordine del mondo” più vicina al mito che non al lieto fine. Fiaba e mito frequentemente ricorrono allo stesso stile narrativo, utilizzano una stessa struttura logica e convivono in una relazione di complementarità. L’intrecciarsi di generi è frequente nella tradizione africana e meriterebbe una approfondimento particolare.

 

Spesso le fiabe hanno la funzione pratica di spiegare il mondo e i processi naturali, di comunicare le saggezze esistenziali, i divieti, i comportamenti e i valori etici fondamentali. Questo indica anche l’alto livello culturale delle singole tribù, basato su criteri etici e filosofici fondamentali, nell’impegno collettivo per mantenere la propria identità culturale.

 

In ogni tradizione e letteratura troviamo un atteggiamento etnocentrico, teso a conservare e rafforzare la propria etnia e il senso di appartenenza a un popolo; ogni popolo cioè ha creato miti per giustificare la propria origine e la propria discendenza divina. Questo “sano” etnocentrismo, sostengono Querzè e Ghinelli, è funzionale alla conservazione del gruppo. È l’esasperazione di questi atteggiamenti e l’abbinamento del naturale bisogno d’appartenenza con reazioni di tipo violento e aggressivo nei confronti del “diverso”, sentito come ostile e minaccioso, che rendono patologica questa tendenza innata.

 

Attualmente l’Africa sta attraversando una grossa crisi, combattuta com’è tra tradizione e modernità, e si aggrappa alla tradizione come fonte d’autorità e di conservazione, anche attraverso gli antenati, che lanciano i loro messaggi in difesa della cultura ancestrale.

 

 

Geocentrismo

Le terra è il punto focale delle fiabe. Le divinità spesso appartengono alla madre terra. Gli dei abitano la terra e salgono in cielo in seguito a comportamenti umani scorretti, a litigi o perché costretti per varie ragioni.

 

Il movimento procede dalla terra verso il cielo e non viceversa. Gli dei dell’Africa indigena devono perdere le loro componenti terrene, i loro vincoli terrestri, per poter ascendere al cielo. Se l’uomo ha bisogno di comunicare con gli dei non sale in cielo, ma aspetta la loro discesa sulla terra.

 

Molti racconti parlano di una comunione tra cielo e terra raffigurata come una grande casa a due piani…


 

[1] Fiaba ascianti, interpretata a teatro dalla compagnia multietnica del Teatro del Sole. Il ragno è visto come messaggero di saggezza e interlocutore degli dei.

[2] RADIN P. – CALVINO I. Fiabe africaneI, Einaudi, Torino 1994

 

 

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