Il ruolo della donna in Senegal

tratto da "Essere donna nella zona di Dakar: una ricerca antropologica sul campo"

di Francesca Soli

 

 

Nella società agricola la donna viene considerata in rapporto al lavoro che è in grado di svolgere nei campi ed alla capacità procreativa, viene riconosciuta a livello sociale solo nel momento in cui mette al mondo il primo figlio; diventa perciò comprensibile il desiderio presente in molte donne di non essere le uniche spose, fatto che permette loro di scampare a continue gravidanze e di dividere maggiormente la fatica dei lavori agricoli.

 

Le grandi città presentano, invece, un quadro abbastanza differente: l’influenza dello stile di vita occidentale sta portando molti giovani ad abbandonare alcune usanze, a ridurre il numero di nascite ed a scegliere case più piccole rispetto alla kër tradizionale, aspetti che hanno spinto molte donne senegalesi di città a desiderare un modello di famiglia monogamica.

 

Nonostante la maggior libertà di cui godono rispetto ad altre musulmane od africane, il ruolo di capo famiglia resta una prerogativa maschile, anche presso quelle etnie che praticano ancora il matriarcato (come quella sereer), sebbene esclusivamente per questioni di discendenza. La trasmissione della parentela avviene infatti in modo matrilineare, ma l’autorità viene esercitata da una figura maschile, normalmente il fratello o il cugino della madre.

 

 

foto di Annalisa Ferrari

 

 

 

La donna acquista una maggior autorità all'interno della famiglia solo dopo aver raggiunto la menopausa, sia nella società musulmana che quella tradizionale: unicamente dopo aver superato l'età della fertilità essa può essere iniziata alla conoscenza dei diritti e delle formule della religione. La predominanza dell’uomo sulla donna è quindi riconosciuta dalla tradizione e sottolineata dal Corano, nonostante a livello formale la Costituzione Senegalese garantisca l’uguaglianza tra i cittadini «qualunque sia l’origine, la razza, il sesso o la religione».

 

Sono molti gli stati africani che negli ultimi decenni hanno promosso politiche per le donne, dovute soprattutto alle pressioni del contesto internazionale, delle conferenze e dei programmi per la promozione della questione femminile. La politica e le istituzioni statali restano comunque dirette e controllate da uomini, che percepiscono come un'intrusione l'avvento delle donne nella sfera pubblica: quando esse provano a lavorare in politica si trovano coinvolte in un circolo di stampo patriarcale, che richiede impegni spesso difficilmente compatibili con la vita di mogli e madri, soprattutto se si considera che difficilmente i mariti collaborano nell'alleviare il peso delle faccende domestiche. Inoltre le donne elette vengono spesso strumentalizzate: normalmente vengono loro affidati ministeri secondari, come quello della Famiglia, della Sanità, della Giovinezza, dello Sport o addirittura della Condizione Femminile, creato per evitare di affrontare direttamente il problema in altri campi. Marie Angélique Savané, senegalese militante storica del femminismo africano afferma: «Paradossalmente, questo ministero frena la promozione della donna: gli altri ministeri evadono la problematica femminile affermando che esiste già un ministero per essa. Quello dell'Agricoltura non sviluppa per esempio nessuna riflessione di fondo sul ruolo attivo delle donne africane nello sviluppo. Che colmo! La maggior parte di loro sono proprio delle agricoltrici!».

 

Tutto questo risulta ancor più ingiusto se si considera che le donne ebbero un ruolo predominante nella lotta contro il colonialismo, specialmente nell’Africa Occidentale Francese (AOF), partecipando attivamente anche alla vita politica, ad esempio durante lo sciopero del 1953 per l’applicazione di un Codice di Lavoro Equo. Una volta ottenuta l’indipendenza, il potere venne però gestito quasi unicamente da uomini.

 

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