Africa e femminismo

tratto da "Essere donna nella zona di Dakar: una ricerca antropologica sul campo"

di Francesca Soli

 

Quando si parla di “femminismo” balzano immediatamente alla memoria i movimenti sviluppatisi nel “nord del mondo” fin dalla fine del 1800, ma soprattutto verso la metà del 1900. In Africa la situazione era ed è molto differente. Mentre le “femministe” del nord lottavano per conquistare un proprio spazio, “la propria stanza”, le donne africane rivendicavano il possesso della terra, l’essere riconosciute come lavoratrici, la propria dignità in quanto esseri umani. Già negli ultimi anni del IXX secolo le intellettuali Afro-Americane evidenziavano l’importante ruolo che le donne di colore avrebbero dovuto giocare nel ristrutturare la società partendo dall’ambiente familiare per arrivare alle grandi conquiste sociali.

 

I movimenti “del nord” e “del sud” si differenziavano quindi per ampiezza di vedute: il primo era più concentrato sull’ambiente domestico, sulla conquista della libertà all’interno del proprio cerchio familiare; il secondo mirava invece ad un cambiamento radicale nella mentalità, allo sradicamento del sistema patriarcale vigente. Questa sostanziale discrepanza di obiettivi li mantenne distanti per diverso tempo, raggiungendo la spaccatura decisiva in seguito ad una crisi nata proprio all’interno del Women’s Liberation Movement nel quale le donne di colore si sentivano irrilevanti; esso limitava infatti il proprio interesse alla questione femminile, escludendo problematiche quali l’omosessualità, la povertà o il razzismo. Queste donne invece sostenevano di essere soggette ad una triplice forma di oppressione, che non si fermava a quella di genere, ma comprendeva anche quella razziale ed economica. Un'altra importante battaglia promossa dal femminismo nero del IXX secolo è quella riguardante la necessità di liberare il corpo della donna Afro-Americana dal potere maschile, in particolare bianco, e sottolineava inoltre l'importanza di stabilire relazioni dialettiche tra potere politico, potere economico e potere sessuale.

 

Una svolta decisiva si ebbe nel 1975, proclamato dalle Nazioni Unite “anno internazionale della donna”, che diede il via ad una serie di incontri e conferenze incentrati sulle problematiche femminili e segnò l’inizio di vere e proprie lotte promosse per ottenere diritti in quanto cittadine e non solo spose o madri.

 

 Anta, studentessa anticonformista

dal film Touki Bouki  di Djibril Diop Mambety (1973)

 

Nella dichiarazione, frutto della prima Conferenza mondiale sulle donne di Città del Messico, si sottolinea per la prima volta il ruolo della donna nei diritti umani di tutti i popoli e la necessità di eliminare le forme di violenza nei riguardi del popolo femminile di tutto il mondo. In questo senso il contributo dell'ONU si è rivelato fondamentale, spostando l'attenzione dal livello nazionale a quello internazionale, dando valenza universale alle problematiche ed inserendole nel più ampio contesto dei diritti dei singoli.

 

Dal 1980, le donne africane hanno inoltre dovuto dimostrare la loro forza in seguito ai piani di aggiustamento strutturale (PAS) e alle privatizzazioni di imprese pubbliche che hanno portato al licenziamento di molti uomini; si sono quindi improvvisate commercianti, venditrici di ogni sorta di articoli. Questo nuovo “ruolo economico” all'interno della famiglia ha trasformato anche il loro ruolo sociale e politico, riducendo il controllo operato dal proprio coniuge e dando loro una maggior libertà di movimento.

 

Negli ultimi anni si sono fatte largo nuove figure femminili importanti anche a livello economico, come la senegalese Aminata Niane, direttrice generale dell'Agence de la promotion des investissements et des grands travaux (Apix), Juliette Bonkoungou, presidente del Conseil économique et social du Burkina e direttrice della televisione nazionale o Oumou Salamata Tall, industriale senegalese che oltre ad essere un’importante figura femminile si batte per la dignità africana. «Ho due ambizioni. Provare che le donne possono riuscire bene come gli uomini. E dimostrare che gli africani non sono, come vorrebbero i luoghi comuni, degli incapaci».

 

Le donne africane amano infatti esprimere la propria opinione su questioni che vanno dalla corruzione al problema dell’AIDS, si occupano del futuro dell’Africa e non mancano certo di senso critico per quanto riguarda la mondializzazione e gli aiuti umanitari. Esempio lampante è Aminata Traoré, intellettuale proveniente dal Mali ed ex ministro della Cultura e del Turismo in questo stesso paese, che può essere considerata una delle paladine della causa delle donne africane, facendosi conoscere sul piano internazionale soprattutto per la sua presa di posizione contro il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale. Certo è che queste donne incontrano molte più resistenze rispetto agli uomini, e nonostante il processo di cambiamento della mentalità in atto, continuano a non essere viste di buon grado dalla società tradizionale e soprattutto dalle personalità religiose.

 

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