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La famiglia senegalese in quanto luogo di tradizionetratto da "Essere donna nella zona di Dakar: una ricerca antropologica sul campo" di Francesca Soli
Uno dei fulcri principali della vita senegalese è la famiglia o l’ambiente familiare. Si tratta normalmente di nuclei molto allargati rispetto a quelli occidentali, nella stessa casa risiedono infatti solitamente: il marito, una o più mogli, i figli e qualche anziano o parente stretto del marito. Ovviamente la situazione varia a seconda dell’ambiente di appartenenza e delle condizioni economiche, con una concentrazione maggiore nelle famiglie più povere.
I legami parentali sono molto più stretti rispetto a come noi li percepiamo normalmente, i termini “fratello” e “sorella” vengono utilizzati con un significato ampio e profondo, spesso per designare cugini, vicini di casa o addirittura alcuni amici coetanei dei propri fratelli o delle proprie sorelle, che acquisiscono carattere di parentela diretta. Va considerato, in proposito, che gli zii paterni di sesso maschile vengono considerati padri (nella lingua wolof viene infatti utilizzato in genere per designarli il termine baay, lo stesso di padre), così come le zie materne vengono considerate madri (yaay) e, addirittura si utilizza la designazione doom baay (figlio/a di mio padre) per chiunque porti il proprio stesso cognome. All’interno della famiglia esiste inoltre una forte gerarchia che va rispettata se non si vogliono avere complicazioni e scontri con tutti gli altri membri e che si può percepire in modo tangibile, per esempio osservando l'ordine utilizzato nel salutare i presenti da coloro che entrano in casa. Gli anziani sono sicuramente le persone più importanti, in quanto portatori di saggezza, anche se spesso non sono loro a prendere direttamente decisioni riguardanti la casa, vengono interpellati in caso si abbia bisogno di qualche consiglio e, se richiedono esplicitamente qualcosa lo si deve rispettare; questo discorso vale sia per gli uomini anziani presenti in famiglia, che possono essere il padre dello sposo o qualche zio, che per le donne, in particolar modo la madre dello sposo. Dopo di loro vengono gli uomini, in ordine d'età, e poi le donne: innanzitutto le mogli, poi le figlie e le bonnes.
Molte volte mi sono imbattuta in quest’argomento e si può riscontrare una forte similitudine nelle considerazioni fatte da persone differenti: «Per la maggior parte della gente è difficile vivere nella famiglia africana. Non puoi educare i tuoi figli come vuoi, tutti devono sapere tutto ciò che fai, ti senti sempre controllato. Anche se nella stessa famiglia sono più persone ad avere lo stesso problema le cose non cambiano, difficilmente si dice chiaramente che c’è qualcosa che non va: nessuno ha il coraggio di farlo» (S., 36 anni, uomo)
«La vita nella famiglia allargata non è facile, per questo ho deciso, insieme a mio marito, di abitare vicino a mia suocera ma in una casa diversa. Voglio bene a mia suocera, ma preferisco non interferisca troppo nella mia vita e in quella dei bambini» (M., 34 anni, donna)
«Non è facile vivere nella famiglia africana. Ci si rende facilmente conto che le cose non vanno e la libertà è limitata ma non se ne può parlare per non far risentire la gente. Si deve stare sempre attenti a tutti e tutti possono dirti come ti devi comportare» (A., 45 anni, donna)
«Non è facile la vita qui, ci sono sempre cose da fare e si deve cercare di andar d'accordo con tutti. Il problema principale è la famiglia senegalese, la famiglia allargata in cui abitano parenti del marito, mogli, figli, tutti sotto lo stesso tetto, senza contare i parenti che vengono a pranzo e la gente che passa per casa. Io non vado molto d'accordo con le persone che abitano in casa nostra, o meglio, non credo di esser stata ancora completamente accettata» (A., 32 anni, donna)
Ci sono però situazioni in cui la famiglia allargata diventa un’importante fonte di sostegno, anche se le critiche non sembrano mancare: «Abitare nella famiglia senegalese è difficile, non hai la tua libertà e non hai i tuoi spazi. Dopo un po’ comunque ci si fa l’abitudine e non è più così pesante. La famiglia “europea” sembra migliore, sono molte le donne che invidiano il fatto di vivere da sole con il proprio marito e con i propri figli. Molto spesso però vivere nella grande famiglia è più una necessità che una scelta, la gente non si può permettere una casa da sola. Ci sono famiglie che possono essere di 20 – 25 persone. Questo comporta molte cose, prima fra tutte l’alimentazione: avere un’alimentazione equilibrata in Africa costa caro e se si vive in molti nella stessa casa non ci si può permettere di acquistare cose care per tutti. Spesso inoltre le persone che abitano con te non sono nemmeno “volute” ma sono sorelle, nipoti, zii di tuo marito». (N.F., 38 anni, donna)
«Quando rimani sola diventa tutto difficile, non hai soldi per crescere i tuoi figli. Per fortuna normalmente i parenti sono pronti ad aiutarti; è vero, mi sono dovuta separare dalle mie figlie, ma almeno so che in questo modo potranno avere un futuro. Se fossimo rimaste da sole non avrei avuto i mezzi per mandarle a scuola e si sarebbero perse una parte importante della loro giovinezza.» (N., 52 anni, donna)
La “grande famiglia” risulta quindi essere espressione forte di tradizione in quanto rappresentante della cultura senegalese più arcaica, come si è visto nel primo capitolo, infatti, essa era alla base dell’organizzazione sociale presso le civiltà residenti nel medesimo territorio già diversi secoli fa. Ma non solo. Questo tipo di “istituzione”, che privilegia l’aspetto comunitario, limita molto il singolo e le spinte innovative individuali, spingendolo ad aderire a canoni culturali ben definiti. Va inoltre considerata la presenza in quasi tutte le famiglie di una o più persone anziane, che vedono solitamente in modo negativo la volontà di modernizzazione dei giovani e la loro attrazione verso le “cose toubab”, e temono che le future generazioni dimentichino le proprie origini e i propri riti.
«Se ti discosti dalla tradizione sei subito rimproverato e malvisto. Quando c’è stato il battesimo di mio figlio avevo pensato di non fare una grande festa, ma di invitare solo qualche parente. Solitamente quando si battezza un bambino si fa una grande festa a cui partecipano tutti i parenti e i vicini, magari si fa venire qualche gruppo a suonare e si cucina per tutti, però solo un anno prima c’era stato il battesimo della mia prima figlia e quindi non mi sembrava il caso di spendere ancora cifre elevate. L’ho detto a mio marito e sembrava d’accordo, ma poi sua mamma si è arrabbiata, ha iniziato a dire che un battesimo va festeggiato e che un figlio maschio è un benedizione, quindi non festeggiarlo è un’offesa verso Allah. Diceva di avere paura che una maledizione cadesse sulla famiglia, così tutti mi hanno creato dei problemi, anche mio marito ha cambiato idea e abbiamo dovuto organizzare una grande festa» (A., 32 anni, donna)
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