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Il rapporto con i figlitratto da "Essere donna nella zona di Dakar: una ricerca antropologica sul campo" di Francesca Soli
I figli sono stati ritenuti per secoli una ricchezza inestimabile in una società come quella senegalese, basata sull’agricoltura e l’allevamento. Negli ultimi anni, però, soprattutto in ambito urbano, le cose stanno cambiando; i figli, da “forza lavoro” diventano sempre più “bocche da sfamare” e le campagne di controllo della nascite promosse da alcuni grossi organismi internazionali come la Banca Mondiale e il FMI stanno dando i loro frutti. Molte donne hanno iniziato a far uso di contraccettivi orali, che vengono distribuiti gratuitamente all’interno di alcuni centri di maternità, in cui viene anche fornito l’appoggio necessario in caso di gravidanza e l’opportunità di eseguire controlli gratuiti. Spesso però queste donne tengono il proprio marito all’oscuro della loro scelta, per evitare discussioni in famiglia; se per un uomo, infatti, i problemi riguardanti una nascita sono solo di tipo finanziario, per una donna essi riguardano anche tutta una serie di possibili complicazioni sanitarie. Inoltre, un numero elevato di figli è, per un uomo, simbolo della propria virilità e fonte di autorità sociale, mentre per una donna esprime la sottomissione al ruolo riproduttivo valorizzato dalla società.
«Amo i miei figli ma non ne vorrei degli altri, anche perché loro sono ancora piccoli, non posso certo pensare di averne un altro; per questo prendo la pillola che mi viene data al consultorio di maternità in cui ho partorito. Ci vado ogni due mesi, faccio una visita, e loro me la danno senza dire niente nessuno dato che è meglio che gli uomini non lo sappiano. I figli sono ritenuti una ricchezza, i portatori della discendenza, ma gli uomini non possono sapere cosa significa una gravidanza mentre una donna lo sa ed è giusto che prenda le sue precauzioni anche se di nascosto.» (S., 36 anni, donna)
«Non sto molto bene, ma preferisco aspettare ad andare da un dottore perché costa, e poi ti dice di ritornare. Sai, non è facile fare gli esami e spesso si partorisce in casa, anche se ci sono degli ambulatori di maternità. L’importante è chiamare una donna anziana, una levatrice. E stare attente, per esempio io mi copro bene la pancia, vedi? Se non lo fai è più facile che tuo figlio nasca al contrario, e con il naso schiacciato.» (A., 26 anni, donna)
Avere figli, resta dunque importante solo ai fini della discendenza, in quanto saranno loro a portare avanti il nome della famiglia; basti pensare che presso alcuni gruppi etnici esistono due espressioni differenti per designare una persona che muore, in base al fatto che abbia o meno lasciato dei figli. Si usa infatti un’espressione traducibile con “è morto” per chi lascia dei figli ed “è finito” per chi non ne lascia.
Il fatto di non poter avere dei figli può essere anche causa della fine di un legame matrimoniale, di cui viene, nella maggior parte dei casi, incolpata la moglie. Molti riti tradizionali, che differiscono in base alle etnie, sono quindi utilizzati per evitare questa rottura e molti altri devono essere compiuti per assicurarsi la buona sorte del nuovo nato, che viene spesso attribuita anche alla buona condotta della madre. L'istituzione matrimoniale definisce un’ineguaglianza di status tra i due coniugi: il compito della donna è quello di educare i figli e di curare la casa, mentre quello dell'uomo è di recuperare le risorse necessarie al mantenimento del nucleo familiare. L’uomo deve quindi provvedere ai bisogni di moglie (o mogli) e figli, mentre la donna deve mostrarsi leale e riconoscente nei riguardi del marito, in quanto “ligeeyu ndey añup doom” (Il lavoro della madre è il pranzo del figlio) e “yaayam ligeey na” (Espressione utilizzata per commentare la buona riuscita di una persona nella vita, la cui traduzione è all’incirca “sua madre ha lavorato bene”).
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