Digital divide in Africa CONCLUSIONEdi Roberta Davico
Il continente africano è tuttora un luogo pregno di culture, riti, tradizioni millenarie, l’arrivo dei nuovi mezzi di comunicazione, ha prodotto effetti contrastanti all’interno dei vari paesi. Da un lato ci si rende conto di come alcuni stati siano entusiasti delle nuove opportunità che hanno di fronte,vedendole come possibilità di sviluppo immediato.
D’altra parte permane il senso di delusione che assale gli stessi paesi che precedentemente avevano gioito, quando scoprono che lo sviluppo tanto atteso si deteriora velocemente, che le tecnologie di cui dispongono sono ormai obsolete o che manca il personale che possegga una competenza tale da mantenere in piedi queste tecnologie.
Lo Zimbabwe era alcuni anni or sono un paese tecnologicamente all’avanguardia, oggi è un paese dove le tecnologie esistono ma le infrastrutture e le competenze non stanno al passo con i tempi.
Per quanto riguarda l’uso di Internet, risulta chiaro come anche questo sia fonte di nuova disparità, di genere e di classe interna ai paesi del Sud del mondo e si presenti invece al Nord del mondo come una forma di compartecipazione e di democrazia globale. Ciò riporta alla paura per cui, la diffusione delle ICT avvenga in maniera selvaggia, in modo da compiacere gli interessi delle multinazionali dell’elettronica, delle telecomunicazioni e quelli delle potenze occidentali.
In pratica, il timore più grande è che uno degli obiettivi delle aziende sia quello di preparare e guidare l’esplosione di Internet nei Paesi in Via di Sviluppo, in vista della prossima saturazione dei mercati occidentali.
Interessante ciò che scrive Morawski, sul tema del divario digitale:
“Il sostrato strategico comune del settore privato e del settore pubblico è il sentimento straripante della supremazia Usa – la convinzione che il resto del mondo debba adattarsi alla logica, al linguaggio, ai modelli di business, alle soluzioni politiche, ai valori, al pluralismo di stampo americano. Chi vuole abbracciare la rivoluzione dell’ICT deve farlo abbracciando un pacchetto «tutto compreso» MADE IN USA. (…) In linea con questi assunti, negli anni Novanta gli Stati Uniti hanno puntato alla costituzione di un contesto internazionale aperto al mercato - a more market-friendly system. Appoggiandosi soprattutto alle istituzioni internazionali più propense all’America – il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il WTO, l’OCSE – l’amministrazione Clinton è indubbiamente riuscita ad assecondare il processo di integrazione dei mercati più lontani, favorendo la crescente interdipendenza dell’economia mondiale, interdipendenza accentuata a sua volta dall’innovazione tecnologica”[1]
Vi è dunque la paura fondata che, riguardo il digital-divide prevalgano gli interessi di mercato e non quelli dei singoli paesi o degli uomini. Risulta più semplice imporre il modello di sviluppo dei paesi del Nord, invece di affrontare la questione con pazienza, cercando di rispettare i bisogni dei singoli popoli. Imporre un pacchetto pre-confenzionato è più facile che crearne uno ad Hoc.
Il pericolo di accrescimento del divario deriva inoltre dall’alto tasso di analfabetismo presente in alcuni paesi, infatti solo una fascia privilegiata di popolazione può accedere alle tecnologie. È impensabile accedere ad un computer quando non si sa né leggere né scrivere, ma solo parlare il dialetto della regione di appartenenza.
Il Sudafrica rispetto agli altri paesi presenta una situazione nettamente migliore, l’alto livello tecnologico è dato, dalla ricchezza dello stato sudafricano, da un impegno attivo del governo, e dall’apertura verso le nuove tecnologie.
Il Sudafrica però ha avuto uno sviluppo diverso da altri paesi africani, in molti di essi infatti si combatte ancora per la sopravvivenza. Sopravvivenza intesa sia come mancanza di cibo ed acqua potabile, sia come lotta contro un virus che sta decimando la popolazione. Sembrerebbe utopico parlare di vero sviluppo tecnologico in paesi come Malawi, Botswana e Zimbabwe, dove il tasso di HIV è pari al 40%.
Eppure le tecnologie, se correttamente applicate possono essere di enorme aiuto per i problemi dei paesi in via di sviluppo, anche nel caso di un male devastante come quello dell’AIDS.
Internet e le nuove tecnologie non sono certamente la soluzione a tutti i problemi dei paesi poveri, essi migliorano la vita delle persone (o la peggiorano) in base al modo in cui vengono usati. Un metodo errato è quello di esportare in blocco le innovazioni tecnologiche senza cercare di adattarle ai bisogni dei paesi che si incontrano. Lo sviluppo deve avvenire in relazione alla lingua, agli usi, ai costumi di ogni popolo.
Nel sito Unimondo si parla dell’invasione digitale ad opera dei paesi sviluppati:
“Digital Inclusion significa integrare le popolazioni di qualsiasi Paese con le nuove tecnologie, in modo che queste diano effettivi benefici alla maggioranza delle persone. Digital Invasion è in un certo senso il contrario: ovvero forzare in un Paese una tecnologia che non è appropriata ai bisogni della popolazione. A cosa serve un computer collegato ad Internet in maniera discontinua perché non c’è elettricità e non ci sono linee telefoniche adeguate, là dove i grossi problemi sono l’accesso alla salute, l’accesso all’istruzione, l’accesso a tutti i servizi che sempre più vengono meno perché i Governi stanno abbandonando il loro ruolo principale in favore di chi cerca solo di massimizzare i propri benefici?”.
Risulta chiaro da questo articolo che il passo più importante verso l’inclusione digitale, è quello di prendere atto dei problemi che l’ICT causa e delle migliorie che apporta nei singoli stati, cercando di innescare uno sviluppo compatibile con le comunità locali, dando voce a chi è ancora totalmente tagliato fuori da Internet e le tecnologie.
Si è visto che molte sono le ONG che si occupano di formare le fasce deboli della popolazione all’uso di Internet e del PC, la strada da percorrere è però ancora molto lunga e difficile.
Non dovranno essere i paesi sviluppati a tracciare il percorso da compiere, in quanto se si auspica ad una crescita ugualitaria ed ad uno sviluppo democratico, sarà necessario dare voce a chi per ora voce non ha, e forse capire che non soltanto il nord del mondo ha cose interessanti da dire.
[1] P. Morawski, Il divario digitale ridisegna il pianeta, in “I quaderni speciali di Limes”, supplemento al n. 1/2001, p.45. |
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