Appunti di viaggio

di Antonella Cerutti
 

Mi è stato chiesto di descrivere il mio viaggio, ma cosa potrei dire che già non sia stato detto sull’Africa e in tal caso sul Sénégal? E’ con profondo rispetto ed amore per tale Paese che presento la mia esperienza con la speranza di poter trasmettere a tutti coloro che leggeranno il mio racconto tutto quello che di magico e di profondamente misterioso mi è stato offerto.

 

Io ho già avuto esperienze all’estero, ma quella del Sénégal è quella che mi ha segnata maggiormente: è la mia esperienza.

In occidente siamo abituati a seguire tutto ciò che rientra nella normalità, nella razionalità con la presunzione di riconoscere come valido solo ciò che vediamo, che tocchiamo e non ciò che sentiamo. Giù fantasia, ricordi e tutto ciò che trascende la nostra realtà occidentale trovano libero sfogo in una natura selvaggia, nell’infinità dell’oceano e in un paesaggio che non richiede commenti; qui si giudica, giù, invece, le persone ti permettono di sentire senza usar violenza nei tuoi confronti e senza giudicare il tuo modo d’essere: tutto dipende dalla propria sensibilità, dalla propria emotività e da quello che si è in grado di cogliere. Noi ci muoviamo solo se sicuri di avere un qualcosa di certo e razionale, giù ti aiutano a capire che nella vita anche ciò che è incredibile può essere possibile, anche se non ti dà quel senso di sicurezza che un uomo occidentale cerca.

 

La luce e il calore del paesaggio li vedi riflessi nello sguardo della gente, sono trasmessi come magicamente dalla loro voglia di coinvolgerti nella propria vita. No ho mai pensato di andare in Sénégal per moda, quindi, per poter dire un giorno: “Sono stata in Africa.”, tutto mi portava a raggiungere questo Paese, ma non sapevo bene il perché, ho seguito, quindi, solo il mio istinto, era come se tutto fosse inevitabile; non sono stata trattata né come una turista, né come una viaggiatrice in cerca di nuove avventure, era come se loro sapessero più di me la ragione di tale viaggio, come se mi leggessero dentro.

Non dimenticherò mai la grande emozione provata quando vidi, al momento dell’atterraggio, Dakar tutta illuminata: ero in Africa, non ci potevo credere!

 

A volte nelle guide turistiche e nelle agenzie di viaggi vengono propinate immagini edulcorate del Paese che si desidera visitare e ci si ritrova così una realtà non sempre corrispondente alle proprie aspettative e all’immagine che ci eravamo creati prima della partenza: questo non è il caso del Sénégal, anzi credo che non si dia il giusto rilievo ad un Paese che ha tanto da offrire e che continua a parlarci sommessamente e con molta umiltà non solo attraverso le opere di Senghor, ma anche attraverso il sorriso della gente comune che non esita ad offrirti un té per strada senza neanche conoscerti: la teranga non è un semplice concetto astratto che lo si trova scritto nei libri, è un qualcosa di vivo ed autentico, lo si sente e lo si avverte realmente.

 

Le mie esperienze sono state soltanto due – ma sono sicura che non rimarranno tali!!! -: la prima in tour, la seconda a Dakar presso una famiglia.

Inizialmente abbiamo fatto un giro sommario a Dakar, che prevedeva il Palazzo Presidenziale, l’Università e Piazza dell’Indipendenza, per poi visitare il museo delle sabbie che vengono impiegate con tanta maestria ed originalità in quadri davvero unici; qui si coglie subito lo spirito col quale i Senegalesi presentano con tanta fierezza e gioia il proprio Paese.

Altra tappa che ritengo obbligatoria per tutti noi, l’Ile de Gorée; con la Casa degli Schiavi dove eccelle un personaggio unico: Joseph N’Diaye, che con estrema dignità ci espose una delle parentesi storiche più tristi ed aberranti dell’umanità: la schiavitù. Un esempio della grandezza del popolo senegalese e negro in generale, l’ebbi proprio a Gorée, dove, nonostante i tristi ricordi, nessuno può dire di aver mai avvertito la benché minima forma di ostilità o di rivalsa da parte loro; i negri non solo non si sono vendicati per tutto quello che hanno subito nel corso dei secoli – e tuttora, sebbene sotto forme diverse, continuano a subire -, ma hanno commutato, trasformato quello che era l’odio immotivato ed ingiusto dei bianchi in amore: lì, per esempio, una mamma, mi diede spontaneamente, senza che glielo chiedessi, l’opportunità di tenere in braccio e di coccolare la sua bimba di pochi mesi; dopo qualche istante un signore del posto, non avendo assistito alla scena, con un dolce sorriso mi chiese se fosse mia: straordinario, semplicemente straordinario, una grandissima lezione di vita e di Amore che purtroppo non ho mai avuto la fortuna di far vivere ai miei amici senegalesi qui in Italia. Estrema umiltà e profondo Amore, sentimenti da noi troppo spesso dimenticati o intaccati dal desiderio del possesso.

 

Altra tappa interessante quella del mercato di Thiès, dove si è subito colpiti dalla miriade di colori, costante di tale Paese; visita al Lac Rose dove un velo rosa, appunto, sembra essere il magico sottofondo di un lago incantato, il tutto circondato dalle montagne di sale, in perfetta sintonia con i colori caldi della sabbia delle dune della famosa “Parigi-Dakar”; semplicemente signorile la città coloniale di St. Louis, dove nuovamente ho avuto modo di vivere lo spirito africano: dopo aver passato una giornata sotto il sole cocente, ed aver scoperto il mancato funzionamento del condizionatore d’aria della mia camera d’albergo, ho completato il quadro con una cena squisita accompagnata da una salsa a dir poco piccante: il pili-pili. Il pili-pili ed il sole della giornata in corso si rivelarono davvero fatali; credevo fosse un mio pieno diritto quello di chiedere un po’ d’acqua, ma mai dar per scontato qualcosa in Africa: chiesi, infatti, al barman una bottiglia d’acqua, ma invano, la risposta fu un semplice: “Il n’y a plus d’eau”. Ed io: “Pas possible!”. Dopo qualche istante intervenne la nostra accompagnatrice, convinta che non mi fossi spiegata bene o che non lo avessi capito – visto che non parlo Francese –, quando il barman, non più giovanissimo, saltò allegramente come un bimbo capriccioso davanti al bancone, cantilenando: “J’ai dit qu’il n’y a plus d’eau, J’ai dit qu’il n’y a plus d’eau!” Inevitabile una fragorosa risata da parte di tutti noi: in quell’istante potei notare solo l’estrema simpatia di quell’ uomo anziano che cercava di sdrammatizzare il tutto.

A Saly come a N’Dangane sembrava quasi che un pittore si fosse divertito ad usare tutti i colori a propria disposizione: immersi completamente nella natura, dove si aveva il privilegio di aver come vicini di camera dei gechi e di far colazione in compagnia di un’infinità di uccelli, che non esitavano ad accomodarsi al tavolo senza farsi tanti problemi; questi impuniti ti facevano credere di far parte di un film di Walt Disney per la loro infinita varietà di colori e per il loro approccio così unico e spassoso; una mattina, infatti, un Francese, allontanatosi dal proprio posto per andare a prendere il caffè, rimase sbigottito nel vedere che un passerotto con fare buffo e simpatico si stava portando via la crêpe che lui con tanto gusto aveva messo nel piatto.

 

Ebbi anche modo di render omaggio alla tomba di Senghor: la sua umiltà traspare anche dall’estrema semplicità del sepolcro; inevitabile il ricordo di Joal, l’isola delle conchiglie, nominata perché posto unico al mondo, in quanto cattolici e musulmani vengono seppelliti nello stesso luogo sacro; io credo che se da un lato sia giusto sottolineare l’eccezionalità del fatto, dall’altro non si possa fare a meno di notare come anche in questo il Sénégal sia davvero speciale, unico, ma soprattutto coerente con se stesso, visto che permette alla propria gente di mantenere anche dopo la morte la stessa pace avuta in vita – basti pensare non solo alla convivenza pacifica tra cattolici e musulmani, ma anche all’accettazione dell’animismo, per esempio  con la collocazione delle statue  della Sacra Famiglia accanto   al baobab -. Mai dimenticherò la triste sensazione provata il giorno della partenza da Dakar; il profondo dolore non era quello che si prova normalmente quando si lasciano gli amici , un amore o la propria famiglia: era come se lasciassi la parte più vera ed autentica di me stessa, ero consapevole che, una volta giunta a Torino, avrei continuato a soffocare il mio modo di sentire, che era in perfetta sintonia con la gente del posto; al momento del decollo sentii come se la mia anima fosse costretta a seguire il mio corpo, ma che, se avesse potuto, sarebbe rimasta per sempre laggiù, lì era il suo habitat, lì aveva potuto rigenerarsi e sentirsi in perfetta armonia con la natura che l’ aveva accolta con un tripudio di colori; capii il perché chi ha la fortuna di recarsi in Africa senta poi un inspiegabile bisogno di farvi ritorno.

 

Subito avvertii come un legame ancestrale con tale Paese; l’estrema complessità e la straordinaria bellezza dell’Africa per me è data proprio dalla sua disarmante semplicità; è il Paese che come un magnete attirerà tutti coloro che non hanno ancora perso la speranza, che continuano a sognare, che hanno ancora la gioia di vivere, nonostante tutto...

Per me è stato un grandissimo dono che Dio mi ha dato, ho avuto l’opportunità di imparare molto, di sentire, non avevo bisogno di spiegarmi perché con i negri è così: capiscono al volo quello che senti, un linguaggio universale che unisce culture diverse; spesso mi è capitato di iniziare un discorso e vederlo finire da un Senegalese e viceversa; quella che sembra una pacifica convivenza tra culture e religioni differenti io l’ho avvertita come un qualcosa di più profondo, mai mi sono sentita esclusa, nemmeno la seconda volta, quando ero ospitata da una famiglia che parlava wolof. Una grandissima spiritualità, la presenza ed il timore di Dio nella vita di tutti i giorni; gente semplicemente regale a dispetto delle immagini che troppo spesso raffigurano gli Africani come esseri inferiori che hanno ancora molto da imparare; credo, invece, che sia esattamente il contrario: sempre ci hanno offerto una grandissima lezione di vita e lo si vede dal valore e dall’importanza della società, dove una persona ha valore in quanto un tutt’uno con la propria famiglia e con i propri amici; il tutto può essere sintetizzato in una semplice e significativa frase: ”Giù non si può piangere da soli”.

La condivisione anche del poco che si ha a disposizione, il vero rispetto dei bambini e degli anziani non sono cliché, sono le fondamenta di una società vera, dove non ci si vergogna, come da noi, di nominare Dio senza correre il rischio di esser derisi o di essere retrò.

 

Come dimenticare i viaggi al tramonto in piroga, dove ad occhi chiusi mi estraniavo dal mondo dei sensi, l’onore di esser stata ad un battesimo musulmano oppure l’entusiasmo che mi dimostrarono il giorno in cui indossai un vestito senegalese…

Tanto e tale è il mio amore per il Sénégal, che non smetterei mai di parlarne; spero pertanto che chi non l’abbia ancora visitato possa farlo e chi lo abbia già fatto possa farvi ritorno.

 

Grazie di cuore e per tutto, caro e tanto amato Sénégal…

 

 

 

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