Djola
di
Nadia Luongo
L’ultima volta che sono salita sul “Djola” (il battello senegalese che nel settembre scorso è affondato al largo delle coste della Gambia causando la morte di 2000 persone), è stato durante un viaggio in Senegal nel luglio 2001. Io e i miei amici ci siamo imbarcati alle 18.30 di un martedì dal porto di Dakar e siamo scesi alle 19,30 del giorno dopo a Ziguinchor, 25 ore di navigazione invece di 18, come previsto dal normale itinerario.
L’impatto è stato tutt’altro che piacevole. I marinai stavano caricando dei maiali vivi e questi legati tra loro, gridavano e si dimenavano tanto da farsi scoppiare il cuore e infatti sono morti. Così, anziché salpare alle 18,30 siamo partiti alle 21. Abbiamo dovuto attendere i tempi della macellazione e del relativo stivaggio, poi è iniziata la traversata.
E’ strano come tra la dolcezza delle acque e la nostra poca dimestichezza del paesaggio, nessuno di noi sapesse distinguere l’oceano dal fiume Senegal. I tratti di mare ed i percorsi fluviali ci sembravano identici: cielo e acqua a dismisura.
Sotto coperta c’erano i nostri posti nelle ultime file della classe economica, intorno vi erano molte tra le persone che non avevano potuto prenotare e si erano distese a terra, così per affrontare la notte di viaggio si erano arrangiati alla meno peggio nella sistemazione del proprio giaciglio. C’era gente dappertutto. All’inizio ci guardavamo attorno e constatando che eravamo gli unici “bianchi” non ci veniva spontaneo avventurarci da soli per la nave poi, viste le diverse esigenze: chi voleva dormire; chi aveva bisogno di muoversi; chi voleva prendere un po’ d’aria; ci ritrovammo divisi gli uni dagli altri. Io andai sul ponte.
Inizialmente cercavo di restare il più possibile vicino alla porta, per rientrare rapidamente nel caso mi fossi sentita a disagio, ma più passava il tempo e più mi sentivo tranquilla, appoggiata alla ringhiera insieme a tutti gli altri ragazzi restavo ad ammirare gli zampilli opalescenti dell’acqua durante la notte. Era uno spettacolo rilassante.
Il mio vicino cominciò a parlare in spagnolo, poi provò in inglese, infine ci capimmo in francese e mi disse che ritornava a casa a Ziguinchor dalle sue donne, da sua madre, dalle sue sorelle grandi e piccole che tanto adorava e dalla sua bellissima fidanzata che lo rendeva così orgoglioso. Risposi che aveva ragione di sentirsi così fortunato, perché le donne senegalesi erano davvero molto belle. Feci caso che nella sua gioia vi erano solo volti di donna. Nel frattempo si era fatto tardi e l’aria sempre più fresca, al punto che decisi di ritirarmi, ci salutammo cordialmente e guardai tutta la gente che popolava il ponte: tanti, tanti giovani ragazzi. Alcuni restavano in silenzio, altri chiacchieravano, altri dormivano appoggiati gli uni agli altri. Non uno seppur giovane e forte si mostrò intemperante. Ciò che mi colpì infatti di tutta quella vivace ma educata gioventù, fu la totale assenza di una qualunque forma di volgarità e seppur i servizi igienici non erano agibili, in quella specie di terza classe mi sentivo una gran signora, perché ero attorniata da persone a cui avevano insegnato il pieno e profondo significato della parola rispetto.
Scesi sotto coperta e mi sedetti al mio posto. Provai a dormire ma il via vai continuo di persone m’impediva il sonno, così rinunciai, avrei dormito all’arrivo il giorno dopo. Mentre pregustavo momenti di riposo, accanto a me un bel ragazzo in divisa, molto alto, tirò fuori dal suo zaino un libro e un tappeto, li aprì entrambi e iniziò a pregare. Si inchinava e sussurrava, poi dopo una buona mezz’ora riavvolse il tappeto e chiuse il libro e come lui fecero molti di quelli che c’erano.
Intanto la mia attenzione fu richiamata dal pianto inaspettato di un piccolino, dal timbro dei suoi lamenti si capiva che aveva solo pochi mesi, aveva appena iniziato a piangere quando si sentì una voce maschile che comunicava alla madre di cercare di farlo stare zitto, perché stava svegliando tutti. Pensai che quell’uomo non si rendeva conto di quello che chiedeva, far stare zitto un piccino che piangeva per ovvie necessità infantili era come chiedere al sole di non sorgere. Stetti ben attenta a udire ciò che sarebbe accaduto dopo, ma vidi solo una donna alzarsi nel silenzio e cullare tra le braccia il suo piccolo parlando sotto voce, piano, sempre più piano. Mi addormentai.
Il mattino seguente c’era un grande andirivieni dai bagni, sostai un po’ davanti all’entrata e notai che uscivano una dietro l’altra donne con bambini, mi chiesi come avessi fatto fino a quel momento a non notarli, quei fanciulli erano davvero parecchi. Li seguì con lo sguardo mentre riprendevano posto e con comico sbalordimento constatai che ognuno di loro si sedeva accanto o sulle ginocchia della propria madre. Era incredibile per me vedere, come non corressero avanti e indietro per le corsie vociando e schiamazzando, come non si esibissero in ogni sorta di capriccio perché pretendevano questo o quello, come non si avvicinassero a chiunque richiedendone l’attenzione. Lì, in mezzo a quel mare di bambini gli adulti avevano continuato a parlare tranquillamente tra loro. La mia conclusione fu che i bambini africani sono pazienti! Ma se è vero che la necessità fa virtù, mi allieterebbe maggiormente il saperli meno virtuosi.
Il pomeriggio passò poi tra le nostre lamentele per l’impossibilità di accedere alle toilettes che erano fuori servizio, la lentezza della traversata, che come ci fu detto, avendo il battello un motore fuori uso era costretto ad una marcia lenta e faticosa. Uno di noi si sentiva poco bene, altri erano distrutti dalla scomodità e dalla mancanza di riposo, non vedevamo l’ora di arrivare. Avvistammo terra e sembrava che dovessimo sbarcare da un momento all’altro, quando le manovre d’attracco si fecero più difficoltose del previsto e ciò era dovuto al nuovo ed inesperto capitano che dovendo prendere il posto del veterano in procinto per la pensione, si barcamenava alla meno peggio tra fallimentari tentativi. Una signora si affannava prima dello sbarco a chiedere le ultime bottiglie d’acqua vuote, che ognuno di noi avrebbe buttato, ma che lei riutilizzava per conservare l’olio di palma.
Caricammo i nostri zaini in spalla e ci stringemmo intorno a Brà, la nostra guida casamansese, un vecchio Djola, sì perché Djola non è solo il nome di un battello affondato, ma della più grande popolazione del sud del Senegal, Brà il vecchio saggio africano, quello che nell’infanzia giocando, immaginavo d’incontrare fingendomi una pseudo-Pippi Calzelunghe in viaggio verso paesi lontani, allora diventavo amica del capo tribù e Brà era il capo villaggio di Baila, minuscolo agglomerato dell’entroterra della Casamance.
Quando scendemmo ci furono i soliti tediosi imprevisti che fanno tanto innervosire noi occidentali, ma Brà ci sorrise ed esclamò: C’est l’Afrique! Mais regardez-vous, bienvenue dans le paradis! Brà diceva bene, era proprio un paradiso, ce ne accorgemmo i giorni successivi, quando incontrammo le persone e ci facemmo degli amici con cui ci siamo tenuti in contatto, ce ne rendemmo conto quando vedemmo le spiagge senza ombrelloni e bar, gli alberi da frutto non incolonnati ma ovunque diversi tra loro e gli estrosi, esuberanti e profumatissimi fiori, l’esplosione e il rigoglioso fermento di tutta la natura che era finalmente se stessa, libera di essere disordinata, libera di essere anche poco attraente, perché non c’erano cespugli potati, sentieri lastricati, fiori nelle aiuole, ma tutto era caoticamente spontaneo, come i sorrisi, le mani che ti si tendevano non per chiedere soldi o altro come accadeva altrove, ma solo per salutare un nuovo visitatore e far sì che diventasse meno sconosciuto.
Tutto era libero e io mi sentivo come un pesce che non aveva mai saputo di esserlo fino a quel momento, avevo vissuto troppo tempo respirando invece di vivere nuotando, dentro ad un posto che mi si cuciva a pennello: mi sentivo libera! Erano liberi anche i polli, le mucche, i maiali, già, ripensando alla brutta fine che avevano fatto quei poveri maiali e come mi sembrava crudele il modo in cui erano stati legati e trattati, il fatto che erano morti dalla paura, mi sembrava paradossale e non riuscivo a non sorridere, perché ora, vedendo come vivevano i loro compagni che scorrazzavano avanti e indietro per i villaggi, per le immense radure, mi dicevo che quella era la vita migliore che avessero potuto fare, perché almeno fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo istante sarebbero stati liberi.
Tantissimi sono i ricordi che si ricongiungono in un unico forte intenso sentimento, inesprimibile per me ora che sono così lontana da quei luoghi, da quei volti, da quei profumi, posso solo rivisitarli immergendomi anch’io nelle acque silenziose, dove sotto voce sento e racconto il loro immenso significato parlando a me stessa di ognuno di loro piano piano, come le donne del battello facevano cantando con un sussurro ai loro bambini. |
Per commentare questa pagina nel forum:
![]()
© InSenegal.org 2002-2004