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Xarit yi
di Samantha Ancis
Anche quest’anno il viaggio in Africa ha avuto come meta e base Dakar.
Fino all’ultimo sapevamo che avremmo passato quattro giorni a Dakar e poi
saremmo partiti alla volta della Guinea.
Il giorno dopo il nostro arrivo ci siamo recati all’ufficio del padre del
nostro amico Momar.
Il padre ci ha chiesto di non partire in quanto era appena avvenuto un
colpo di stato in Liberia e molti liberiani stavano scappando in Guinea.
Avremmo trovato problemi di sicurezza, mancanza di acqua e luce.
Abbiamo fatto bene a non partire per l'altro stato poiché pochi giorni
dopo un altro colpo di stato ha avuto luogo in Guinea Bissau.
Abbiamo provato allora ad informarci per partire in aereo alla volta di
Bamako. Ma il volo da Dakar per noi costa circa €300, metà del costo del
nostro viaggio da Cagliari. Ci è stato suggerito di prendere il treno; in
questo modo avremmo visto scorci di Africa dal finestrino. Ovviamente ci
hanno anche consigliato la 1° classe, perché i giorni di viaggio sono due
e stando in 2° classe è necessario scendere a metà percorso e camminare
alcuni chilometri per arrivare alla dogana e presentare passaporto e
vaccinazioni.
In ogni caso non è stato possibile organizzare la trasferta in Mali,
perché quest’anno la pioggia ha fatto tanti danni in Africa e i binari non
erano sicuri. Insomma il destino ha voluto che restassimo a Dakar.
Siamo stati ospiti a casa di Momar che abita in un quartiere della città
denominato Liberté 5.
Momar non aveva avvertito quasi nessuno del suo arrivo. Mancava da casa
quasi tre anni e mezzo e ha lasciato lì una figlia di neanche tre anni.
Quest’anno la bimba di nome Fatou ha sei anni. Vive con la nonna paterna e
la famiglia. Potete immaginare l’espressione e soprattutto l’emozione
della splendida Fatou quando - aprendo la porta di casa alle 10.30 di
notte – ha visto venirgli incontro a sorpresa il padre che l’abbracciava.
Come inizio non male, no? Non riuscivo neanche io a trattenere le lacrime.
L’accoglienza è stata un po’ imbarazzante perché in casa c’era tantissima
gente e quasi tutti abitavano lì. Molto diverso dagli altri anni.
Dopo esserci liberati dei bagagli e degli indumenti da viaggio, ci siamo
seduti a mangiare.
Mentre Momar emozionato e con scariche di adrenalina ha deciso di stare in
giro tutta la notte, noi abbiamo optato per una doccia ed una dormita…
Oltretutto la mattina successiva avremmo dovuto ricordare volti appena
visti e nomi appena sentiti, di tutte quelle simpatiche persone.
La mattina ci siamo svegliati intorno alle 10.00 ora locale (2 ore di fuso
orario) e qualcuno aveva già pensato alla colazione. C’è sempre questo di
particolare in Senegal; per dei bianchi di spirito non schiavista e non
colonialista è pesante stare a guardare quando ti servono; in ogni caso i
tentativi di aiutare a casa sono stati bruciati da gesti categorici di
rifiuto.
Non ci permettevano di preparaci neanche caffè, latte, tea, così come
facevamo l’anno passato nell’altra casa.
Ecco la prima vera giornata in Africa. Si….. anche perché la sera prima
l’aereo è arrivato alle 21.45, abbiamo compilato i fogli alla dogana,
ritirato i bagagli, conosciuto il cugino e l’amico di Momar, con i quali
lui non finiva più di abbracciarsi.
Effettivamente il primo giorno è stato corto e sconvolgente.
La prima mattina siamo andati a conoscere il resto della famiglia e il
padre di Momar alla sede della sua impresa di costruzioni. Ovviamente
desta sempre qualche sorpresa vedere in Africa uffici con computer e pompe
di calore, ma la città di Dakar è anche questo.
Da una parte la città supermoderna con piazze abbellite da aiuole,
palazzoni, banche e pasticcerie; dall’altra baracche al posto dei negozi,
case fatiscenti non sempre finite e strade che diventano fiumi al primo
acquazzone.
Dopo essere tornati a pranzo abbiamo deciso di riposarci…da cosa? Direte
voi!
Dal caldo, dal traffico intenso e dall’inquinamento delle strade di Dakar.
Nel frattempo abbiamo conosciuto meglio la famiglia ed in particolare il
cugino di Momar, Papa Cissé, il cui aiuto e appoggio ci ha permesso di
risolvere problemi e difficoltà di natura pratica ed anche di
ambientazione.
Una sera siamo andati con degli amici in un locale all’aperto dove c’era
musica dal vivo. Il gruppo di turno era WaFlash, che ci ha piacevolmente
colpiti e del quale abbiamo ovviamente acquistato il nastro.
Poi la pastiglia della profilassi antimalarica ci ha abbattuto e i due
giorni successivi li abbiamo trascorsi a casa. Mio marito era talmente
debole che pensavamo l’avesse punto la mosca zèzè, visto che ha dormito
quasi ininterrottamente per un giorno e mezzo.
Abbiamo chiesto a Momar e Rita (la nostra amica di Cagliari e compagna di
viaggio) di andare all’aeroporto a prendere gli altri due amici che il
sabato sarebbero arrivati da Perugia.
Il giorno dopo era domenica, pioveva e siamo rimasti in famiglia.
Abbiamo ripreso contatti con la famiglia di Cambérène e con le persone che
ci avrebbero fatto lezione. Abbiamo trovato tutti assai cresciuti e
decisamente musicalmente più bravi dei due anni precedenti. Così abbiamo
passato le due settimane successive: la notte in qualche locale o
comodamente sdraiati in salotto, con un acquazzone ogni notte fino
all’alba.
La mattina ai mercati; il pomeriggio a fare lezione di danze e
percussioni; la sera a vedere le prove degli svariati balletti di Dakar o
di gruppi musicali.
Abbiamo assaggiato molti succhi e piatti della cucina senegalese – di cui
naturalmente non ricordo ancora tutti i nomi. Abbiamo anche preso un virus
denominato Apolo, una sorta di mega congiuntivite che fa diventare gli
occhi come quelli dei rospi e iniettati di sangue. La fase più intensa del
virus dura tre giorni, ma il tutto è finito dopo una settimana. Comunque
siamo riusciti ad andare al safari di M’Bour – anche se vedevamo gli
animali un po’ appannati.
L’ultima domenica – 21 settembre – il nostro maestro Mahamadou Fall ci ha
invitati ad un matrimonio Bambara (Malì), in un quartiere di Dakar. Lui ha
suonato musica tradizionale con il suo gruppo. Abbiamo ballato e mangiato
con gli ospiti della cerimonia. Abbiamo ripreso, registrato e fotografato.
Come per incanto ho vissuto un’emozione fortissima.
Per prima cosa avevo appena terminato il II volume del libro Segù, dunque
cercavo di immaginare i personaggi inseriti in quel contesto, con quelle
voci e quegli abiti.
Seconda cosa: ho visto una signora sui settant’anni che rispecchiava
l’idea della nonna di Kunta (libro Radici), così come me l’ero
raffigurata.
Durante il soggiorno abbiamo bevuto enormi quantità di ataya e mangiato
mango. Abbiamo partecipato ad una festa di compleanno di un amico, insieme
ai ragazzi del balletti: canti, balli, risate, emozioni intense, un pasto
tutti insieme dallo stesso piatto e ataya.
Pensavamo che venti giorni sarebbero stati molti ed invece il 23 settembre
ci siamo ritrovati a preparare le valige in lacrime. La nostalgia iniziava
a rapirci e ancora non eravamo andati via.
Avevamo l’aereo il 24 mattina alle 6.30. La notte del 22 ho dormito due
ore, perché mille pensieri, domande, ricordi, emozioni si scaricavano su
di me come fulmini. La notte del 23 non ho proprio dormito e il cugino di
Momar, Papa Cissé mi ha tenuto compagnia.
Siamo andati all’aeroporto alle 4.00,l’amico Jean ci ha salutato subito.
Pap e Momar hanno aspettato che facessimo il lunghissimo check-in (non
privo di difficoltà) e che uscissimo a salutarli.
Che dire: ho preferito un saluto intenso ma veloce, sennò non sarei
riuscita a muovermi.
Che batticuore, che fatica tenere le lacrime in gola.
C’è una canzone senegalese - che ci hanno cantato alla festa di compleanno
– che dice: “Le donne non devono piangere in Senegal”
Così ho aspettato che l’aereo decollasse per lasciarmi andare.
Parto come al solito con un buon ricordo del Senegal e la promessa di
ritornare l’anno successivo, anche se un anno è troppo lungo.
La mia voglia di Africa però è stata premiata.
Nel paese dove abito Monserrato, in provincia di Cagliari, è arrivata una
delegazione Senegalese. Da questo mese Monserrato è gemellata con Saint
Louis du Senegal.
Foto
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