Sama Senegaldi Cristina Seynabou Sebastiani
da Dakar ad Abènè (I parte)
Siamo scesi dall’aereo a Dakar e bam! Il Senegal! A dirlo così sembra facile, ma non lo è per niente. Non lo è per quello che il Senegal rappresenta per me, per gli anni passati a immaginare questo viaggio, per le emozioni legate a questo paese e a queste persone. Non lo è perché nessun racconto ti prepara al caldo che ti prende alla gola quando scendi dal charter in piena notte e non vedi quasi niente, ti caricano su un pulmino, passi gli esasperanti controlli di polizia, superi in qualche modo i facchini che ti si buttano addosso per portarti i bagagli, passi attraverso una folla compatta, vociante e molesta che sta agli arrivi e esci dall’aeroporto e sali su un taxi. Non lo è perché a quel punto ci sei solo tu, tu e Dakar, tu e le strade buie, le case intraviste nel buio, la sabbia, le pubblicità di Alizè, il vento caldo e l’odore di cipolle e devi fare i conti con tutto quello che ti eri immaginata. Ti dicono di non abbassare troppo il finestrino per non rischiare che ti rubino la borsa, ti chiedono chi sei e da dove vieni e dove vai (a metà tra “Non ci resta che piangere” e il maledetto dubbio esistenziale di tutta una vita…), e tu rispondi in un francese disperato, ma sei anche lontana da quella conversazione, sei là fuori, sei a Dakar!
La prima cosa che abbiamo notato è stata la luna: incredibile! In questo periodo dell’anno, ai primi di dicembre, la luna è sdraiata! troppo stanca e oppressa dal caldo, anche lei si prende una pausa e si sdraia a pancia in su.
Forse è meglio tornare un pochino indietro e raccontarvi anche come sono arrivata a Dakar e con chi.
Dunque: partenza da Linate per Paris Orly con un volo Easy Jet (188,70 € andata e ritorno, prenotando due settimane prima – naturalmente muovendosi per tempo costa ancora meno) alle 13,15 e arrivo alle 14,45, comodamente in tempo per ritirare i bagagli e piazzarmi davanti al check-in della Corsair, la compagnia aerea che mi porterà a Dakar.
E’ il 29 di novembre. Il volo per Dakar parte alle 19,40 (volo Corsair, dicevo, interamente riservato da Nouvelle Frontière, agenzia viaggi francese che purtroppo in Italia non esiste – andata e ritorno mi costa 470,00 €, sempre perché ho prenotato tre settimane prima, altrimenti il costo sarebbe sceso anche della metà).
Aspettando mio fratello e la sua fidanzata, che partiranno con me, mi guardo intorno: chi sarà quella bella signora francese, alta, imponente, di circa sessant’anni, che accompagna due signori senegalesi piuttosto anziani e una ragazza caffelatte sui venticinque? sarà la moglie di uno dei due? non trovo altre spiegazioni, sicuramente la ragazze è sua figlia… Che invidia pensare di invecchiare insieme al compagno che ti sei scelta, in Italia di coppie così ancora non se ne vedono, siamo ancora troppo presi alle reciproche diffidenze, come cagnolini che si annusano…forse quando avremo finito di annusarci, anche noi saremo capaci di mettere su relazioni stabili… Comunque la signora non ha nulla di senegalese, niente gran boubou, niente treccioline (in effetti, alla sua età!), nessun gioiello ostentatamente etnico, anzi, sembra un po’ una governante austriaca.
Intanto che giocherello con questi pensieri arrivano Francesco e Juliette, bagaglio minimo e occhi che brillano.Lei è d’origine coreana e si vede: piccolissima, con i capelli lunghi lunghi neri che le arrivano alla vita e gli occhi sorridenti a fessura…per i senegalesi è stata un assoluta attrazione!
Dopo aver imballato gli zaini (con lo scotch da pacco…a Orly non c’è la macchina del domopack gigante…) e averli spediti mi sento definitivamente in viaggio per il Senegal.
In coda con noi ci sono soprattutto senegalesi, qualche toubab in viaggio per lavoro, due o tre fidanzate bianche appese alla mano del moroso senegalese che si guardano intorno con aria raggiante, un fidanzato toubab con splendida collegiale senegalese lunga come una gazzella e una sportiva mamma single con bimbo mulatto in braccio e amiche al seguito (le ritroveremo poi sul volo di ritorno e le amiche saranno classicamente cariche di djembe, borse etniche e treccine con le perline…).
Il volo da Parigi a Dakar dura circa cinque ore, calcolando un’ora di fuso orario dovremmo arrivare intorno alle 23,40 ora di Dakar, ma arriviamo intorno all’una.
Modou, il ragazzo che ci ospita, riconosce subito Juliette, l’unica orientale nel giro di parecchie decine di chilometri, e ridendo come un matto ci viene incontro, cominciamo a stringere mani e ci ritroviamo piazzati in un taxi con i sedili sfondati, diretto nel nulla.
Dakar di notte ha odore di polvere e di caldo, di benzina e di limone. Sono talmente felice e stanca, accaldata e stordita che ho gli occhi fuori dalle orbite per lo sforzo di guardare dentro al buio e quasi non apro bocca per un’ora.
A casa di Modou a Derkle, ci aspetta un cortile piastrellato, pieno del sonno che arriva dalle finestre della casa di Awa, dove tutti dormono, e delle litanie dei Baye Fall lontani che pregano monotoni tutta notte. Entriamo sottovoce e veniamo invitati a sederci sulle stuoie per riposare e cominciare a conoscerci.
Dakar ha una quantità incredibile di stelle! vedo le Pleiadi e Cassiopea, il Carro Minore, i Gemelli e una strana costellazione ondeggiante che Modou definisce il Dragone: vorrei addormentarmi con le stelle negli occhi e la terra del Senegal sotto la schiena, ma è impossibile perché intorno alle due e un quarto il superattivo Modou decide che dobbiamo mangiare e ci trascina alla più vicina dìbìterie a mangiare il Dibi (montone e cipolle ala griglia serviti su un pezzo di carta marrone, quella con cui una volta da noi si facevano i sacchetti del pane) seduti sulle panchette, guardati bonariamente da un poliziotto senegalese in pausa. Quando sentono che il mio nome è Seynabou sono tutti molto soddisfatti, ah ah ah, come un oste ciccione che vede i suoi clienti mangiare con gusto, ma quando spiego che mi è stato dato in onore della mamma di Mame Cheikh Ibra Fall capisco di essere in mezzo ad un gruppo di tidjani…
Modou è il nipote di Awa, cresciuto con lei insieme ad altri cugini e cugine. Awa non ha mai avuto figli, ha un marito, e una co-sposa che vive altrove: è una signora silenziosa, abituata a farsi rispettare con uno sguardo e a tenere sotto strettissimo controllo questi figli-nipoti che sono stati mandati da lei dalle rispettive famiglie, perché crescessero in un ambiente cittadino, con maggiori risorse di quelle che avevano a casa: una di queste cugine, è Awa piccola, la moglie di Albert.
Una delle prime cose che Modou ci ha gentilmente imposto è stato di portare in regalo ad Awa dei pompelmi e del latte fresco, che lei adora ma che, secondo lui, non può mai permettersi di comprare: Modou sembra essere convinto che i toubab non abbiano neanche le basi più elementari dell’educazione e che tutto debba essere pazientemente ma fermamente diretto. Così abbiamo girato parecchio per trovare pompelmi e latte, ben felici di poter fare qualcosa di gradito per questa signora così ospitale e discreta, ma una volta a casa abbiamo scoperto, con gran gusto di tutti, che Awa, in onore degli ospiti, aveva comprato una quantità di pompelmi! Oltre a banane, caffè, tè e menta…facendoci preparare una cena davvero speciale!
Modou invece non si è mai sposato, ha quasi quarant’anni ma si comporta come un bambino capriccioso ma beneducato, che sa di non poter chiedere certe cose ma fa in modo di averle comunque: lui dice di non essersi mai sposato perché non ha mai guadagnato abbastanza da risultare attraente per una possibile sposa (cosa che già di per sé ci sembra terribile, ma che nell’economia di una città come Dakar risulta essere molto comune), ma Albert aggiunge che lui non ha mai voluto staccarsi troppo da Awa grande, alla quale è devoto come un cucciolo.
Albert è un rampollo della Bruxelles degli artisti, costruttore e decoratore, ha sposato Awa piccola 13 anni fa per contratto (lui aveva bisogno di soldi, lei cercava qualcuno da sposare per avere un permesso di soggiorno in Belgio): si sono sposati e poi si sono innamorati come matti, si sono trasferiti ad Abenè, in Casamance e lì hanno avuto tre bimbe, Maimouna, Jamila e Safiyya. Sembra una commedia francese, ma è andata veramente così. All’arrivo del quarto figlio, Bilal, due anni e mezzo fa, la situazione politica ed economica in Casamance era troppo difficile e sono tornati ad abitare a Bruxelles. Albert è un collega di mio fratello, disegnano insieme i fondali per i set delle pubblicità o dei cortometraggi.
La casa di Albert e Awa ad Abenè è molto grande, costruita per ospitare molte persone e spesso le stanze vengono affittate ai turisti (amici e conoscenti di Albert) che vanno lì a trascorrere qualche settimana.
Awa grande e Modou costituiscono l’appoggio a Dakar. Siamo stati da loro tre notti, un tempo sufficiente a capire che non vedevamo l’ora di lasciare Dakar per Abenè! Dakar è affascinante, ma per noi è stata decisamente faticosa: forse l’estrema cordialità di Modou è risultata un po’ eccessiva, o forse eravamo solo un po’ stanchi e bisognosi di vacanza dopo molti mesi di lavoro, forse non ci aspettavamo che la carta igienica ci mancasse tanto…!
Dopo una notte in dormiveglia, passata ad ascoltare le preghiere lontane e poi, verso le sei, il risciaquio dei panni che Dirakha lavava nei secchi in cortile, la prima mattina non è stata meno sorprendente della sera prima: Dakar è piena di farfalle bianche! sembrava che nevicasse e noi tre, appena messo il naso fuori dalla stanza ci siamo imbambolati a testa in su dimenticandoci anche di salutare. Farfalle e sparvieri! incredibile.
Juliette chiamava gli sparvieri, ma in francese non la ascoltavano, allora ha provato in wolof e Awa grande rideva come una matta a sentire la coreana che diceva “kai, kai fi!” agli uccelli. Anche sul traghetto verso Gorèe era pieno di farfalle e ce n’erano tantissime anche in acqua, annegate per il troppo affollamento suppongo.
Goreè è l’unico esempio che abbiamo visto di architettura coloniale: sulle guide è considerata il simbolo dell’abolizione della schiavitù, dicono che fosse il più importante centro di raccolta e imbarco degli schiavi e che sia stata conservata a futura memoria. In realtà sembra che la conformazione dei fondali (troppo bassi) e la struttura delle case fosse inadatta a raccogliere ingenti quantitativi di persone e che i centri maggiori fossero altrove, verso nord o in Gambia. Resta comunque un posto molto interessante e il simbolo di un passato doloroso e forse ancora troppo recente perché la ferita possa considerarsi chiusa (se mai sarà possibile che questo accada). Per me è stata un po’ una delusione, mi aspettavo di trovare emozione e cuore e ho trovato turismo…ma forse la storia passa anche da questo…
E’ molto curata, al porto ci sono diversi ristorantini affollati, l’isola non è molto grande e si gira tranquillamente tutta a piedi, ci sono i soliti mercatini (attenzione perché sono molto cari e le stesse cose si trovano a Dakar, a meno) e i soliti venditori che ti si attaccano alle costole e tra un sorriso e l’altro ti venderebbero tutta la bancarella, alcuni ragazzi che fanno da guida (nella mia ingenuità ho subito pensato “come sono carini! tutti che vogliono chiacchierare!” e ho attaccato bottone con un certo Sherif, un adulatore provetto che mi ha scortata per qualche metro, finché non ha visto la faccia di Modou…e io mi sono sentita uguale ad una vecchia turista inglese con i sandali e i calzini, che trova tutto very nice!).
A Goreè c’è una montagnola, in cima alla quale ci sono i resti di alcune fortificazioni dell’epoca coloniale, che si sviluppano sottoterra: non ho capito se è possibile visitarle, comunque sono abitate da una colonia di quieti Baye Fall che cucinano, lavano, cantano e ti guardano mentre tu sei senza parole davanti ad uno dei panorami più spettacolari del mondo…
In basso invece c’è il villaggio, viuzze stette, case a due piani con i balconi di legno e piante, piante, piante (anche un baobab in una piazza! ma come si fa ad uscire di casa per andare, mettiamo, a fare la spesa e trovarsi di fronte un baobab in una piazza, così, senza preavviso? io mi sono seduta lì davanti, su una specie di gradino e guardavo due ragazze che stiravano sotto il baobab, con un ferro da stiro di quelli che a casa mia in montagna servono a tenere ferme le porte, quelli di ferro in cui si mette il carbone acceso, le guardavo e pensavo che non avrei voluto essere in nessun altro posto al mondo, per nessuna ragione al mondo – non tanto perché la scena bucolica mi avesse particolarmente commosso, anche perché credo che le ragazze sarebbero state più felici di avere un ferro a vapore e più tempo per farsi i fatti loro piuttosto che stirare quei panni grandi e pesanti su un asse di legno! ma perché un gesto così quotidiano e banale per loro, per una toubab cittadina diventa speciale, le ragazze erano bellissime, l’aria era pulita e calda, l’ombra dell’albero fresca e rassicurante).
Non abbiamo mancato la visita alla Maison Des Esclaves e poi ci siamo buttati a mangiare pesce e poi ancora pesce, al porto, in attesa del traghetto del ritorno.
Di ritorno a Dakar, Modou ha deciso di prendere un autobus, invece del taxi dell’andata, per farci godere un lungo giro per i quartieri più centrali: se i finestrini dell’autobus fossero stati puliti, o almeno con la possibilità di essere aperti, credo che qualcosa avremmo visto, così ci siamo goduti solo lo spettacolo di gente che saliva e scendeva e poi altri che salivano e scendevano e poi altri ancora, per circa un paio d’ore… Una coppia di attempati signori, di ritorno dalla messa, vestiva abiti identici, verdi e blu, stampati a immaginette con il cuore di Gesù e l’ardente dichiarazione che “Dieu t’aime”, molto rassicurante.
Modou non ci ha mai permesso di prendere i car rapide (lui è tidjani e anche un po’ razzista nei confronti dei murid e a quanto ho capito i car rapide sono quasi tutti di proprietà murid, quindi vietati agli amici di Modou), ma anche quelli espongono vivaci e confortanti dichiarazioni di appartenenza del proprietario alla confraternita murid, ringraziando Dio! Sarebbe stata un esperienza molto senegalese…
Comunque anche passare il tempo dietro delle decisioni assolutamente unilaterali e genuinamente preoccupate per la nostra incolumità del nostro ospite, è stata una vera esperienza!
Il giorno dopo Modou ci ha catapultati, sotto il sole di mezzogiorno, prima al Marché Kermel, ma la puzza di pesce era troppa e gli avvoltoi che giravano sopra la splendida architettura rotonda del mercato coperto erano un po’ inquietanti, e poi al Marché Sandagà, dove mi sono finalmente rilassata e sentita a mio agio, per la prima volta da quando ero arrivata. Le baracche e le bancarelle, stracariche di cose, cose, cose, sono così attaccate le une alle altre che resta appena lo spazio perché passi una persona. Naturalmente ci hanno subito individuato come turisti e offerto merci e assistenza, come ovunque, ma stavolta Modou, forse per uno strano senso di lealtà nei nostri confronti, non si è limitato a suggerire modelli di comportamento, stava quasi per prendere qualcuno a schiaffi, non ho capito esattamente perché.
Io mi sono subito vigliaccamente dileguata, ho dato appuntamento al gruppetto di lì a un’ora, ho dribblato il buon Modou e mi sono inoltrata nella prima vietta a disposizione, perdendomi. Giocare a perdermi è il massimo della felicità! Non mi bastavano gli occhi per guardare, né le narici per sentire tutti i profumi e le puzze, né i sorrisi per scansare tutti i solerti venditori, né il cervello per calcolare il cambio…sono uscita di lì stringendo trionfante un cruss tidjani per Modou, che un vecchietto vestito di bianco, seduto per terra in un angolo, l’unico angolo pacifico del mercato, mi ha venduto facendomi credere di fare l’affare della mia vita, con l’occhio furbetto e il sorriso contento; non ho comprato altro, anzi, ho lasciato lì un pezzetto di me, il primo dei tanti pezzetti disseminati da Dakar ad Abenè.
Dakar odora di cipolle e di carne alla griglia, di polvere, di smog e di limone, di tcuray, di legna bruciata, di pelli conciate, di sudore e di caffè.
Tutti si salutano. Tutti vendono qualcosa, ad ogni angolo, sotto ogni minimo pezzettino d’ombra, sui marciapiedi o davanti alla porta di casa, nei negozi, su bancarelle improvvisate o direttamente per terra: non sembra che facciano grandi affari, sicuramente sono più quelli che vendono di quelli che comprano, ma finché non arriva (se arriva) la possibilità di portare a casa qualche soldo in un altro modo, vendere o scambiare è spontaneo come respirare.
Il giorno dopo siamo partiti per Abenè.
Vicino al porto c’è una stazione di autobus: il nostro, il numero 2, partiva per il Gambia alle sette del mattino; Modou ci ha svegliati alle cinque, il tempo di finire di chiudere gli zaini e salutare tutta la famiglia che a quell’ora è perfettamente operativa, e siamo usciti per le vie di Derkle a cercare un taxi.
E’ stato un altro dei momenti incredibilmente belli che questa città mi ha concesso: Dakar al buio, mentre si sveglia, è ancora pulita, tranquilla e in pace: per la strada la sabbia non si solleva ancora, c’è nebbia, una nebbiolina filacciosa ma spessa, e vedi sbucare fuori le persone all’improvviso, ti si riempie il cuore dei sogni di chi sta ancora dormendo e vorresti non aver mai vissuto altrove…
Il nostro taxi sembrava un apparizione! luci e Youssu N’Dour a tutto volume e il sorriso a trentadue denti di un taxista giovanissimo che non parlava francese.
Salutato Modou con la promessa di mandargli dall’Italia la maglietta di Schevchenko e il caffè Lavazza, ci ritroviamo per la prima volta in viaggio da soli e l’emozione ci riempie come ovetti sodi. Alla stazione dell’autobus naturalmente l’attesa è interminabile, prendo un caffè-latte-pane-e-burro per confortarmi un po’ e vedo Juliette, poco più in là, molto tesa: un gruppetto di bambini, che porgono delle grandi latte rosse per chiedere l’elemosina, le sta intorno, e lei è molto combattuta tra la voglia di dargli qualche moneta e la pena di sapere che quei soldi andranno nelle tasche di un marabutto che sicuramente a quell’ora è a casa a farsi servire da uno stuolo di mogli e domestici. E’ un brutto pensiero e non troviamo altra soluzione che stringerci una all’altra cercando di razionalizzare, mentre i bambini si stancano di aspettare e si mettono a tirare calci a qualcosa, litigandosi tra loro con uno sguardo adulto stritola il cuore. Alla fine offriamo caffè e latte ai più vicini, ma non ci sentiamo molto meglio.
Il tratto da Dakar a Barra, in Gambia, costa 2.000 FCFA (circa 3 €) + 500 FCFA per ogni bagaglio, per un viaggio di otto o nove ore. Il conducente, gambiano, parla solo inglese. E wolof naturalmente.
Dakar – Rufisque - Thiès – Diourbel: questo tratto di strada è piuttosto buono anche se molto trafficato. Sotto ogni albero c’è qualcuno che vende qualcosa, ogni volta che rallentiamo c’è qualcuno che saluta o che chiede qualcosa, bambini che ridono alla vista dei toubab, mucche, polli e capre, car rapide e studenti con le cartelle, signore elegantissime con masserizie enormi sulla testa, vecchi in preghiera, case con i muri imbiancati a calce e l’effigie di Cheikh Amadou Bamba da terra fino al tetto, o capanne di stuoie con il tetto di palme intrecciate: ancora una volta non ci bastano gli occhi per guardare tutto!
Le prime ore sono esaltanti, non stiamo fermi un minuto, “hai visto quel baobab? è enorme!”, “hai visto quella ragazza?? è bellissima!! (questo è mio fratello…)”, “hai visto quello cosa vende?”, “hai visto quanto è pieno quell’autobus?” “hai visto…? “hai visto…?”.
Attraversata Diourbel e superato il bivio per Touba, prendiamo la strada per Kaolack e piano piano ci lasciamo alle spalle i paesi più grandi per incontrare quasi solo foresta e baobab solitari: ogni tanto, lontano dalla strada, seguendo un qualche sentiero invisibile, si vedono gruppetti di uomini e donne, eleganti come solo i senegalesi possono essere, con i cesti sulla testa, che sembrano arrivare dal nulla e inoltrarsi nel nulla.
Dopo quasi cinque ora di viaggio ininterrotto all’autista viene il sospetto che qualcuno debba fare pipì e si ferma davanti a una casa solitaria lungo la strada dove tutti ci precipitiamo con evidente sollievo, usiamo il bagno di questi gentilissimi signori che ci guardano con un certo divertimento entrare e uscire alla velocità del fulmine, risalire sull’autobus e ripartire.
Al confine con il Gambia, a Karang, le formalità sono piuttosto lente e faticose, le guardie gambiane sono sospettose con noi toubab e con una ragazza liberiana in viaggio per commercio, ci perquisiscono il bagaglio due volte, l’autista dell’autobus minaccia di ripartire senza di noi, ci fanno un sacco di domande e alla fine ci concedono un visto per dodici ore e entro sera dobbiamo tassativamente lasciare il paese. Questa fermata ci fa arrivare in ritardo a Barra, dove finisce il percorso in autobus e dobbiamo prendere il ferry per Banjul la capitale del Gambia che sta dall’altra parte del fiume. Sono quasi le tre del pomeriggio e la fatica comincia a farsi sentire: aspettiamo per più di un’ora che arrivi il ferry, in mezzo ad una folla sempre più compatta e carica di bagagli di ogni tipo, seduti sui nostri zaini e guardati, come sempre, con curiosità, da tutti.
Baba ha tredici anni ed è un ragazzino molto sveglio, offre-impone da bere a tutti e intanto ci racconta la storia della sua vita, ci chiede penne e quaderni per la scuola e ci presenta un paio di ragazzi che vorrebbero il nostro indirizzo per poter corrispondere con noi, spiegandoci che per loro sarebbe un grande onore avere dei pen-friends in Europa.
Il ferry sta in piedi con lo sputo e fa rumori strani, ma galleggia, e anzi trasporta una quantità enorme di persone macchine bagagli macchinari strani animali…vicino a noi c’è una coppia che lascia tutti e tre assolutamente affascinati: lei è giovanissima, è vestita all’occidentale, un visino bello come un cammeo e un’acconciatura a treccine raccolte a chignon, ha una neonata in braccio che dorme e un uomo, dietro di lei le tiene un ombrello aperto sulla testa per proteggerle entrambe dal sole; vicino a loro suo marito le guarda con aria assolutamente adorante, si china ogni secondo per aggiustare l’ombrello, controllare la copertina della neonata, chiedere a lei se va tutto bene…naturalmente Juliette non resiste alla tentazione di attaccare discorso e con enorme sorpresa scopriamo che sono diretti anche loro ad Abenè e che conoscono benissimo il belga Albert!
Naturalmente decidiamo di continuare il viaggio insieme e credo che questa sia stata la nostra fortuna più grande perché senza la sicurezza e l’organizzazione di Lamine la seconda parte del nostro viaggio sarebbe stata piuttosto tragica.
A Banjul prendiamo un taxi, poi un car rapide fino a Serekunda e poi un altro fino a Brikama, dove partono gli autobus per Kafountine (la città più grande vicino ad Abenè)…ma il ritardo con cui abbiamo preso il ferry e che poi accumuliamo con i vari trasbordi ci fa arrivare a Brikama alle nove di sera e tutti gli autobus per Kafountine sono partiti. Cominciamo a sentirci piuttosto sconfortati…
Juliette vomita per la tensione, non abbiamo mangiato niente dal caffè e latte della mattina che ormai sembra lontano un secolo, mio fratello non si regge in piedi dal mal di testa, Fatou e la piccolina sono esauste. Lamine trova un taxi disposto a portarci, che ci carica, lega i bagagli sul tetto e parte: la strada principale di Brikama si restringe e si inoltra subito tra le case, poi diventa terra battuta ed entra nella foresta: a quel punto ci accorgiamo che il nostro taxi è senza sospensioni e soprattutto senza fari!
Noi tre siamo troppo stanchi per reagire, ma è impossibile viaggiare al buio senza una luce: Lamine lo ferma e lo fa tornare indietro, rifiutandosi di proseguire in quelle condizioni. Un’altro paio d’ore piazzati con i bagagli nel parcheggio di un benzinaio, assediati da chi offre altri taxi e chi ha solo voglia di chiacchierare e Lamine trova un car rapide, vuoto. Ci carica e ripartiamo.
Adesso siamo più comodi, Francesco e Juliette si addormentano, Lamine e Fatou e gli autisti chiacchierano sottovoce e io mi perdo di nuovo nella felicità di essere in Africa, in piena foresta-luna-stelle-profumo di polvere e di fiori e tutto l’apparato di rumorini e richiami che vengono da fuori.
L’unica luce è quella dei nostri fari, per il resto solo contorni, ombre e immaginazione. Questa volta al confine con il Senegal non abbiamo problemi, ma, appena risaliti dopo le formalità, Lamine ci spiega che dobbiamo tornare indietro perché ad un certo punto, prendendo una buca, abbiamo perso una non meglio identificata bottiglia d’acqua che era accrocchiata sotto il pulmino, senza la quale non possiamo assolutamente proseguire!…nella nostra ingenuità offriamo in cambio la nostra bottiglia di acqua minerale, ma naturalmente è inutile, o forse non abbiamo capito niente, chi lo sa… ormai non ci stupisce più niente… Recuperata la bottiglia ripartiamo, rientriamo in Senegal, ma ancora non posiamo proseguire: dopo una mezz’oretta un posto di blocco. I militari ci comunicano che non si passa perché dopo le nove c’è coprifuoco e non si può circolare.
La Casamance è in guerra dal 1982, i separatisti, di etnia diola e sostenuti dalla Guinea Bissau, hanno creato moltissimi problemi nella regione: da qualche anno gli episodi di guerriglia sono molto diminuiti e da quando Wade è presidente del Senegal si è fatto molto per firmare trattati di pace, ormai i problemi sono concentrati quasi solo nella zona di Zinguinchor, più a sud rispetto a dove siamo noi, e al confine con la Guinea Bissau e comunque sono condotti da frange minoritari contrarie alla politica di conciliazione e disarmo portata avanti dai dirigenti.
Comunque i posti di blocco sono numerosissimi e dopo le nove c’è il coprifuoco. Probabilmente il fantastico Lamine, assolutamente padrone di ogni situazione, fa passare di mano dei soldi, noi non vediamo nulla, ma dopo una mezz’oretta un graduato ci comunica di aver avuto l’autorizzazione dal comando e ci lascia passare con tanti saluti e grandi sorrisi.
Il viaggio prosegue, sempre in mezzo al nulla, ogni tanto scorgiamo qualche casa e qualche lampada a petrolio, ma nella regione non c’è elettricità quasi da nessuna parte ed è tutto terribilmente buio.
Verso le due, dopo che in 19 ore abbiamo coperto circa 600 km, finalmente arriviamo ad Abenè e ci buttiamo felici tra le braccia di Albert, di Madò e di Tapha come naufraghi senza più messaggi in bottiglia… |
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