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Parte Prima: Raccontare le mie emozioni per me non è facile… raccontare quelle che ho provato durante il mio viaggio in Senegal è ancora più difficile.
Perché sono partita? Soprattutto perché sentivo che “dovevo”. Dovevo per vedere, comprendere, vivere quella realtà di cui tanto o poco avevo sentito parlare… Dovevo perché speravo di trovare risposte. Dovevo perché amavo il Senegal senza averlo mai visto, grazie all’amore per un compagno e sono partita consapevole che dietro a questo mio amore per il Senegal, per quanto grande esso fosse, si potessero celare anche delusioni, sorprese o incomprensioni…
La settimana prima della partenza non riuscivo a dormire per l’eccitazione, la curiosità e la paura, non lo nego… La mia compagna di viaggio, all’ultimo momento aveva dovuto rinunciare a partire, e io avevo deciso di farlo da sola, comunque...
Il primissimo incontro con il Senegal l’ho avuto allo scalo di Casablanca. Il mio volo, partito da Milano con sei ore di ritardo, mi ha portato all’aeroporto MOHAMED V di Casablanca stanca affamata e accaldata. Non vedevo l’ora di atterrare in terra senegalese, ero lì persa ad immaginare come sarebbe stato, se era come mi avevano raccontato, se era come io lo stavo realizzando nella mia mente… quando sono iniziati ad arrivare gruppetti di 2 o 3 donne senegalesi cariche di borse di plastica stracolme di oggetti artigianali e stoffe… “Le commercianti di Dubai”, così le ho poi chiamate perché partono da Dakar, vanno a Dubai a comperare e poi tornano in Senegal per rivendere… Mi sono ripresa di colpo, piena di energia e osservando i loro abiti notoriamente colorati, i gioielli coordinati, ascoltando senza capire le loro conversazioni… sentivo crescere dentro di me l’impazienza: VOLEVO andare in Senegal!!!
Sono atterrata a Dakar alle 3.00 della mattina del 29.12 e subito sono stata travolta… dall’atmosfera, dall’odore dell’Africa, dalla temperatura mite, ma anche dal rumore e dalla caoticità. L’aeroporto di Dakar è piccolo ma ben organizzato tutto sommato: sdoganamento e ritiro dei bagagli ed in meno di mezz’ora ero fuori e ad attendermi c’era Amdy, la gentilezza fatta persona, che sarebbe stato la mia guida, anche se definirlo guida è molto,molto riduttivo. C’era Amdy e una calca di uomini e ragazzini che ci ha subito circondato. Gli occhi e le mani che chiedevano, le parole per me incomprensibili… La sensazione che ho avuto è stata di smarrimento. Ma Amdy ha saputo ben gestire la situazione e quando siamo riusciti a salire sul taxi, dopo 20 minuti buoni per contrattare la tariffa della corsa, ho tirato un sospiro di sollievo.
Siamo arrivati al quartiere di Hann Mariste dopo un’ora circa durante la quale ho conversato con Amdy o almeno ci ho provato , perché il mio francese è terribile, male pronunciato e povero di vocaboli… Nel buio della notte poco riuscivo a scorgere dal finestrino del taxi ma mi rendevo conto che ci stavamo lasciando alle spalle la città per dirigerci verso una zona periferica e più tranquilla. I pensieri in quel momento erano: sono finalmente arrivata, eccomi qui… come sarà questa famiglia che, senza mai avermi conosciuta, mi ospiterà e saprò io ricambiare tutto questo?
La prima persona che si è alzata ed è scesa a salutarmi è stata Mame Bow, wolof di Kaolack, la nonna, una donna alta, bella, dallo sguardo e dal portamento fiero… Poi a turno a darmi il benvenuto sono arrivate Astou, originaria della Casamance, Binta, Rougui (la splendida “bimba di Anna” originaria di un villaggio vicino a Matam, ai confini con la Mauritania) e N’Deye Bow, la nipote e omonima di Mame Bow… In questa famiglia ho trovato un metissage stupendo.
Meno di 15 minuti dopo mi è stato servito uno squisito TIEBOUDIENNE. Non mi sentivo né timida né in imbarazzo perché tutti loro mi hanno fatto sentire subito come se fossi davvero a casa mia… dove tutti avevano atteso con gioia il mio arrivo. Dopo la cena-colazione e i resoconti del viaggio e dopo aver assicurato che tutti i parenti o amici in Italia stavano bene, tutti a letto. A me era stata riservata la stanza dell’unico uomo di casa, cioè Amdy mentre lui avrebbe dormito sul divano giù in salotto, massacrato dai mustì… le terribili zanzare. Nelle stanze al piano di sopra c’erano i ventilatori e con l’aria che circolava e le coperte tirate fin su il naso, le zanzare erano solo una minaccia… So che Amdy dormiva pochissimo e male e ogni mattina vedevo il suo viso con le occhiaie e le punture ma lui sorridendo mi diceva: amul probleme.
Comunque di dormire non se ne parlava neanche. Non riuscivo a prendere sonno… non so se era per l’orario, ormai erano quasi le 6 della mattina, per la stanchezza, per la sorpresa di essere finalmente lì... credo un insieme di tutto ciò… Sono uscita sul terrazzo: il silenzio era totale, il sole stava sorgendo, la giornata stava nascendo... Stavo rientrando quando l’ho sentito… Ho sentito il canto del muezzin che chiamava alla preghiera… e sono rimasta lì ad ascoltare quella voce nell’immobilità della notte che stava finendo assaporando il sentimento di pace e serenità che mi trasmetteva. Poi sono rientrata, sicura che sarei riuscita ad addormentarmi.
Verso le 9.00 ho sentito in sottofondo i rumori provocati dai primi movimenti della giornata. La giornata in Senegal inizia presto, nonostante si vada a letto più tardi rispetto a noi: alle 6.30 sentivo passare in strada i carretti trainati dai cavalli e gli uomini che a piedi si incamminavano verso il luogo di lavoro, le donne iniziavano a pulire e spazzare i cortili di ingresso delle case, perennemente coperti di sabbia. Alle 7.00 già circolavano i primi taxi e le prime auto e la strada iniziavano a popolarsi di donne pronte per andare ai vari mercati per la spesa della giornata… E in qualunque ora della giornata e in qualunque posto, i bambini che giocano per strada… e chiedono cadeau…
Quel giorno, il primo giorno in Senegal, dopo una sostanziosa colazione a base di caffelatte, succo di frutta, pane e burro, ci siamo diretti verso la Médina perché dovevamo incontrare delle persone. Mentre attendevamo il taxi, mi sono guardata in giro… Hann Mariste è un cantiere… ovunque ci sono case in costruzione, ogni isolato ha più costruzioni in corso ma nonostante questo le case non sono ammassate e le strade non sono stracolme di gente o intasate dalle auto. Hann Mariste è un quartiere tranquillo, le case sono per lo più unifamiliari e molto carine, con i fiori alle finestre o sopra gli ingressi, con il posto per l’auto…
Girando per Dakar ti rendi conto che chi vive qui vive sicuramente meglio di tanti, non di tutti ma di tanti sì… Una delle cose che più mi ha affascinato quel primo girono è stata la terra. La terra rossa dell’Africa. Anche nei tratti asfaltati, anche sulla incredibile AUTOROUTE, la strada principale che porta dentro e fuori Dakar, anche nelle case chiuse per lasciare fuori il caldo, la terra rossa c’è e copre tutto, entra nelle fessure più piccole e non c’è rimedio a questa invasione… Dal finestrino del taxi vedevo le donne camminare al bordo della strada, con i loro secchi sistemati sulla testa o portati a braccio, che dopo aver macinato chi più chi meno chilometri a piedi arrivavano a questi mercati dove gli odori si mescolano, i colori si incontrano, le persone si raccontano…
Dopo neanche 5 minuti di viaggio, eccoci intrappolati nel serpentone di auto che procedeva verso Dakar. Il fatto è che al di là delle numerosissime macchine private, sulle strade circolano gli spericolatissimi taximen, gli indisciplinatissimi car-rapide e ogni 100 metri ti imbatti in un auto misteriosamente in panne e ferma in mezzo alla strada. A tutto questo aggiungeteci i car rapide che si fermano in mezzo alla strada a lasciare giù i passeggeri che chiaramente si riversano in mezzo alle macchine, aggiungeteci qualche carrettino più cavallo e cavaliere, aggiungeteci i venditori che circondano le auto per proporti di tutto: dalle banane alle arachidi, dall’autoradio all’antenna tv… e il traffico va in tilt… e allora ti ritrovi a fare la Parigi-Dakar a Dakar… cioè “viaggiare” con l’auto sul pezzo di strada a lato che chiaramente non è asfaltata ed è piena di buche…
Sarà stata la suggestione o il fatto di essere in vacanza… ma tutto questo raccontato così sembra fatto apposta per farti impazzire… invece io mi divertivo come una matta e mi piaceva perché stando ferma (escudendo il rally ) in macchina io potevo guardare tutto quello che avevo attorno… e soprattutto ammiravo lo spirito con cui i senegalesi accettavano tutto questo caos… saranno anche abituati ma in Italia un ingorgo del genere avrebbe creato nervosismo ed esasperazione…lì invece veniva accettato con una tranquillità unica… Alla Médina alla fine ci siamo arrivati a piedi, non ho capito bene il perché ma credo che Amdy si fosse stufato di stare chiuso in quella macchina a soffocare dal caldo…
La realtà della Médina mi ha un po’ sconvolto… Era la prima volta che visitavo un paese africano e sebbene il Senegal sia uno dei paesi dell’Africa dove non si vive peggio non manca di situazioni di miseria e desolazione… la Médina è una di queste. Guardavo di qua e di là, sconcertata, con la testa completamente vuota e ancora ora non riesco ad elaborare pensieri od impressioni riguardo a questo quartiere di Dakar… Certe cose per capirle bisogna solo viverle.
La tappa successiva è stata il villaggio artigianale di Soumbédioune. Ci trovi di tutto e di più: tele, stoffe, abiti tradizionali, sculture in legno, bigiotteria… Lì ho scoperto che contrattare in Senegal è un obbligo. E’ quasi un mestiere. Quando ho visto una tela che mi piaceva ho chiesto alla ragazza che stava alla bancarella quanto costava. Lei mi dice il prezzo, la guardo tra lo stupito e il divertito e poi le dico con tono rassegnato: troppo caro, no grazie. E mi incammino verso la bancarella successiva. Lei mi rincorre,mi ferma e mi dice: Hey,qui sei in Senegal! Qui non si fa così, non te ne vai così. Qui io ti chiedo quanto vuoi spendere, tu mi dici il tuo prezzo, io ribatto il mio e cosi via fino a quando troviamo un accordo. E vedrai che un accordo lo troviamo, si trova sempre… E sorridente mi trascina di nuovo verso la sua bancarella. Alla fine la tela l’ho comprata al prezzo che ho detto io. Ogni oggetto che ho comprato ha subito questa trafila e ci potevi mettere anche mezz’ora prima di riuscire a definire la trattativa.
Mi rendo conto, mentre scrivo, che forse parlo poco del mio stato d’animo ma per tutti i dieci giorni che sono stata a Dakar io ero come un bambino che per la prima volta vede il mondo ed è in quest’ottica che sto raccontando la mia esperienza. Lo stupore è stato il sentimento-guida di questo mio viaggio… Io sono rimasta stupita dal miscuglio straordinario di etnie e lingue e culture e architetture di Dakar, per esempio… Dakar è piena di gente, gente povera che gira per le strade in cerca di qualcosa da fare e vive nelle bidonville tipo quella di Pikine o gente ricca che vive nelle megaville bianche in stile coloniale-francese–europeo nei quartieri residenziali di Dakar… Dakar è piena di automobili,è una città moderna piena di cemento e di tentativi estremi di rendere la città una seconda Parigi… Dakar è un miscuglio incredibile di odori e profumi e colori e culture. A me, inespertissima viaggiatrice è sembrata l’ombelico del mondo…
In periferia è tutta un’altra storia invece… lì la vita è scandita dai giochi dei bambini, dal colore della sabbia, dalle donne che vanno al mercato, dai fiori delle case, dal tranquillo tran tran quotidiano… sei a Dakar ma non sembra di essere a Dakar… Ecco,spesso sento dire che Dakar non è il Senegal io non sono d’accordo. Il Senegal è anche Dakar…
Il resto della giornata l’abbiamo trascorso passando dai parenti della famiglia Thiam. In ogni casa in cui sono entrata sono stata trattata come una regina, una regina viziata e coccolata. E io ho pensato alla freddezza e rigidità di noi occidentali nel relazionarsi non solo con gli sconosciuti (fondamentalmente io ero questo per loro) o i vicini, ma a volte anche nei confronti di amici o familiari. Lì il calore della gente lo senti dappertutto ed in tutto quello che loro hanno fatto per me sentivo una spontaneità commovente. E, vi assicuro, io in cambio non ho lasciato nulla, se non la mia presenza e le caramelle a quei fantastici bambini.
Verso la fine della mia vacanza ho preso un sept-places, ovviamente sgangheratissimo, per andare a Thies… C’era il finestrino dal mio lato rotto ed era abbassato… In auto con me c’erano due donne, sedute accanto a me, e tre uomini, seduti invece dietro. Appena usciti dal traffico assurdo di Dakar la strada era relativamente libera e il conducente ha cominciato a guidare ad una certa velocità. Il vento che entrava in auto era tanto e io non ne potevo più di stare a sistemarmi i capelli che mi svolazzavano sulla fronte e sugli occhi facendomi lacrimare… Speravo che quel viaggio durasse meno dell’ora prevista perché altrimenti sarei scoppiata anche perché insieme all’aria entrava la sabbia… Ad un certo punto la donna accanto a me fruga nella borsa di plastica che aveva con sé e tira fuori un foulard che mi offre. Penso che abbia letto lo stupore nei miei occhi perché sorridendo ha insistito che lo mettessi. L’ho ringraziata e l’ho fatto. Quando siamo arrivati, ho slegato il foulard e stavo restituendoglielo ma lei non lo voleva. Il conducente, in francese, ha tradotto che lei voleva assolutamente che lo tenessi… Questa donna non è un’eccezione.
Dopo la visita ai parenti io e Amdy abbiamo deciso di rientrare. Lì il trascorrere delle ore è lento, lentissimo, ma la giornata talmente piena che in un attimo arrivava la sera. Comunque erano solo le 15.00 ma io avevo fame e il sole iniziava a farsi sentire per cui:ricerca di un taxi, contrattazione del prezzo, assalto al traffico inesorabile ed eccoci a casa.
Ogni volta che rientravo era una festa. Mame Bow mi invitava a sedermi sul divano (sedie o poltrone mi erano proibite in quanto ospite) vicino a lei: Kay fi, mi diceva e con l’aiuto di Rougui (che parla la sua lingua natia, il wolof, il francese e l’italiano) mi chiedeva il resoconto delle giornate. Ogni sera la sua buonanotte era quella che aspettavo di più: Ba suba jamm, insch’allah e al mattino era lei che mi chiedeva se avevo dormito bene e quando rispondevo: sì grazie,benissimo, lei mi diceva:grazie a te. È una donna che mi incute rispetto, al di là della sua fisicità e della sua età ma con lei ci si fanno un sacco di risate e la sua risata era contagiosa. Ho ancora nitido nella mente il pomeriggio in cui abbiamo assistito in televisione la partita Nigeria–Senegal... non so quale campionato fosse… Comunque i Leoni vinsero. Lei era come una bambina, felicissima si è messa ad intonare l’inno della squadra tra i battiti di mano delle ragazze e le sue risate. E un altro pomeriggio ha improvvisato una canzoncina di ringraziamento per i figli in Italia. Il ritmo se lo dava con il battito delle mani e il sorriso che aveva sul viso apriva il cuore. Il buonumore con lei non può mancare.
Ho passato la maggior parte del mio soggiorno con Mame Bow e il resto della famiglia. C'era una forza misteriosa e irresistibile che mi teneva lì, seduta con i piedi sotterrati nella sabbia calda che ricopriva il cortile, vero fulcro della casa, io sotto il sole caldo e gli altri al riparo dell'ombra che proiettavano le mura domestiche. Osservavo Binta e Astou preparare i pranzi o le cene aiutandole come potevo a tagliare, pulire, cucinare, pestare nel mortaio, setacciare il riso, accendere il thuray… Tentavo di capire i loro discorsi, catturavo i loro sguardi e i loro sorrisi, attendevo le visite di parenti e amici per seguire Amdy in cucina a preparare ataya, uscivo con le ragazze per andare al mercato o a comprare il pane… Guardavo con loro alla TV le telenovela italiane che loro adorano o i concerti di musica e cercavo di imparare i suggerimenti di danza che mi dava N'Deye, ballerina scatenatissima.
Mi sentivo come se fossi tra gente che conoscevo da sempre e con cui mi piaceva trascorrere le giornate in allegria e tranquillità. Ma la curiosità del turista c'era. E così una mattina io e Amdy decidemmo di andare a visitare l'Ile de Gorée. Arrivammo all'imbarcadero di buon'ora ma davanti a noi c'era già una discreta fila di persone locali e turisti in attesa di comperare il biglietto. Mentre aspettavamo l'arrivo del traghetto nella sala d'attesa, la mia attenzione fu catturata dai vari messaggi, sotto forma di cartelloni o disegni di Babbo Natale con tanto di vestito rosso e barba bianca, che auguravano a tutti Buon Natale. So che il Senegal è un Paese democratico e la gente è tollerante eppure quei messaggi cristiani mi hanno stupito. Il traghetto è arrivato dopo mezz'ora e l'equipaggio con ordine e facendoci mettere in fila ci ha fatto salire a bordo. Io e Amdy ci sedemmo sulle panche esterne perché io volevo godermi il paesaggio. Vista dal mare Dakar mi è sembrata immensa, una metropoli ancora sonnacchiosa coperta da una fitta nebbiolina che impediva una vista nitida.
Dopo circa 20 minuti ho cominciato a vedere l'isola. Dolce,tranquilla, romantica, la prima impressione che mi ha suscitato mi ha fatto dimenticare per un attimo la sua valenza storica. Ci siamo incamminati lungo la prima stradina tranquilla che abbiamo incontrato decidendo di fare a meno della guida locale a pagamento. L'Ile de Gorée mi è parsa un'oasi di tranquillità e tradizione e storia, senza le auto e i gas di scarico, con le sue casette dai colori caldi e le mura scalcinate, con la sua piazza e i suoi vecchi baobab e il suono dei tamburi, con i suoi cannoni e la sua "statua della libertà", con la sua chiesa e la sua moschea, con i suoi ristoranti sopra la spiaggia e i mercatini e i suoi artisti, con la sua Maison des Eclaves e le fortificazioni dove ora, mi hanno detto, vive una comunità di Baye Fall… Finito il giro dell'isola mi dispiaceva lasciare quell'atmosfera unica per riprendere il traghetto che ci avrebbe riportato nella rumorosissima Dakar…
Continua….. |
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