Noi che siamo stati a Ngazobil

di Alberto Arecchi

 

C’è un angolo di paradiso terrestre che si chiama Ngazobil, sulla sponda africana dell’Oceano Atlantico. Si trova in Senegal, vicino a Joal, nei luoghi d’infanzia del poeta Senghor.

Si esce da Dakar per quei pochi chilometri di “autostrada” che collegano la città, posta sulla punta d’una stretta penisola, al resto del Paese. Lungo quella strada gli incidenti non si contano, soprattutto presso i quartieri popolari di Pikine e Guediawaye. Specialmente verso la fine di giugno, quando le prime piogge rendono viscido l’asfalto e difficile la guida, per veicoli che da mesi hanno dimenticato i tergicristalli.

Dopo una trentina di chilometri, si giunge in vista della città di Rufisque e si passa alle spalle del quartiere Diokoul. Una ventina d’anni fa venivo qui quasi tutti i giorni: ero impegnato con gli abitanti in lavori di autocostruzione, per consolidare la spiaggia contro l’erosione delle correnti. Dopo Diokoul, la strada principale sfiora appena l’antico scalo coloniale, fatto d’isolati quadrati, ormai quasi in abbandono. Si vedono i resti dei moli in legno del vecchio porto, popolati soltanto da stormi di gabbiani. Si attraversa il quartiere di sud-est, dove abitava Fat Seck, una grande veggente guaritrice, famosa nel circondario; si passa presso il cementificio, che imbianca di polveri le spiagge, l’aria e le campagne e corrode i polmoni della gente. Più oltre, ha inizio il grande bosco di baobab, meraviglia della natura.

Dicono che i baobab identifichino le antiche piste degli elefanti, i quali ne vanno ghiotti e contribuiscono, con i loro escrementi, a diffonderne i semi. Una sorta di “simbiosi tra giganti”, del mondo animale e di quello vegetale. In tutta l’Africa occidentale, dove ormai gli elefanti sono conosciuti solo in fotografia, i loro tragitti d’un tempo sono ancora riconoscibili perché segnati da una scia di baobab, piante sacre dal tronco cavo, sepolcri di griots. Il griot è il cantore dell’Africa nera, uomo “di casta”, che ricorda e celebra i fasti e le tragedie; quando conclude la propria vita, viene sepolto all’interno del grande albero sacro
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continua

 

 

Racconto premiato dalla Giuria come miglior racconto avente come tema il mare,

all’11° Concorso internazionale del racconto “il Prione” (La Spezia),

e pubblicato nella Selezione 2003 “I racconti del Prione”, ed. Giacché, La Spezia, 2003, pp. 63-69

 

 

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