Racconto 2004

di Samantha Ancis
 

Dama bëgg……….

Vorrei iniziare il mio racconto chiedendovi di non prendermi per pazza per il fatto che sono andata in Senegal, a Dakar, per il 4° anno di seguito.

 

Questa volta non è capitato per caso. Era fortemente voluto, desiderato.

Abbiamo deciso di tornare a Dakar per gettare le basi di una futura vita di tre - quattro mesi all’anno in Africa. Comunque i compagni di viaggio erano diversi e la permanenza lì riserva sempre nuove sorprese ed esperienze. A parte me e mio marito e la nostra amica Alessandra di Perugia (al suo 6° anno in Senegal), con noi sono partiti due amici di Cagliari, uno dei quali intenzionato a stare 6 mesi.

 

 

 

Per loro è stata la prima volta.

 

Di conseguenza le loro esperienze ci hanno coinvolto profondamente. I primi giorni sono sempre di assestamento per il fisico, sottoposto al cambiamento alimentare e di clima, e per la testa che finalmente può lasciar scivolare via lo stress causato da ritmi occidentali, relazioni tra persone non sempre a portata di essere umano, tensione muscolare e lavori poco stimolanti. Poi si inizia a prendere un ritmo di vita molto più lento, a non arrabbiarsi se si rimane fermi al semaforo per 30 minuti, a ricordarsi che al mondo esiste un angolo in cui la dimensione della vita è umana e tutto si adatta alle proprie esigenze.

 

E’ anche vero che ci sono i pro e i contro.

Non capita tutti i giorni infatti di esser presi per pedofili da sconosciuti.

 

 

 

Una sera tornando dalla lezione di percussioni ho avuto la geniale idea di fare una passeggiata a piedi dalla scuola, che si trova nei pressi della stazione Total di Camberène, alla casa che si trova sulla spiaggia.

 

Quel giorno è tornato con noi anche il figlio undicenne di Sena e camminavamo felici e divertiti, io e lui presi per mano e gli altri 4 amici toubab dietro di noi. Ad un certo punto mi sono accorta che un signore alquanto grosso aveva acchiappato l’altro braccio di Less e lo tirava indietro.

 

Ero abbastanza preoccupata anche per il fatto che teneva nell’altra mano una busta bianca; ero seriamente convinta che volesse dargli della droga (un po’ come succede in Nicaragua). Oltretutto vedevo lo sguardo allarmato del bambino che si è tranquillizzato solo quando il suddetto signore ha detto delle cose in wolof.

 

L’uomo finalmente ha iniziato a parlare in francese, ha portato il bambino in disparte con nostro grande allarme e ha iniziato a chiederci chi eravamo, dove vivevamo e di che nazione eravamo. Alla nostra risposta “Italiani” ha fatto un gesto ed un’espressione che dicevano “non siete fra i migliori”. Una decina di persone ci ha circondati, tutti pronti a punirci. L’uomo non voleva assolutamente credere che abitassimo nella stessa casa con il bambino. Stavamo già salendo in macchina con lui, perché voleva accompagnarci e verificare di persona, quando è intervenuto il nostro amico Badou (uno dei migliori percussionisti del Senegal) che ha garantito per noi e ha chiamato per noi un taxi “abusivo” per tornare a casa.

 

Vorrei poi raccontarvi la disavventura dei nostri amici Roberta e Giovanni.

Roberta un giorno, all’uscita dal Market, in pieno centro di Dakar, ha espresso il desiderio di comprare delle magliettine tipiche e in modo un po’ sprovveduto ha iniziato a cercare in borsa il suo portafogli, in mezzo ad un gruppo di quattro ragazzi che la circondavano e la ubriacavano di parole e saluti. Risultato: qualcuno le ha rubato il portafogli con un po’ di soldi e le carte di credito. A parte la delusione e il rimprovero per essersi fatta fregare così, non rimaneva che bloccare almeno le carte e rattristarsi perché il portafogli era un regalo di una persona cara. Voi direte “tutto qui?”. No, la parte della disavventura inizia adesso. Inizia nel momento in cui –il giorno successivo – i due amici decidono di denunciare il furto al commissariato di polizia di Dakar. Ovviamente la gente del posto ha sconsigliato questo tipo di soluzione, ma quando uno subisce un furto, in qualsiasi parte del mondo, tenta il tutto per tutto. Dopo esser stati per altre informazioni all’ambasciata italiana, dove nessuno ha saputo rispondere alle loro domande, si sono recati alla polizia. Sono entrati in un edificio fatiscente affollato da persone di ogni genere con e senza divisa. Al centralino c’era un uomo che parlava contemporaneamente con due telefoni; quando non c’era lui, rispondeva alle chiamate il primo che capitava vicino all’apparecchio, non necessariamente facente parte del corpo di polizia. Una volta accolti nell’ufficio di un superiore è iniziato uno stressante interrogatorio non legato solo al furto, ma che risaliva in lungo e in largo l’albero genealogico della derubata. Alla vista del passaporto, sporco di briciole, terra africana e qualche puntino di tabacco, il poliziotto ha iniziato ad accusare Roberta di tenere droga in mezzo al passaporto. Cercava di farle dire a tutti i costi che le cose stavano così, che lei e Giovanni fumavano droga e li minacciava di chiuderli nelle celle della caserma. Non ultimo, il poliziotto ha chiesto a Roberta di andare a comprare una marca da bollo per la denuncia, lasciando là il suo passaporto, infilato in mezzo ad un libro sepolto da decine di altri libri con documenti. Roby ha immaginato una brutta fine. Senza soldi, accusata di avere droga e non avere più il passaporto per partire. Fortunatamente ha ottenuto di tenere con se il documento e, al ritorno dalla posta, ha ottenuto un foglio con su scritto “La Sig.ra P. ha perso le carte di credito”. Lascio immaginare a voi l’utilità di quel foglio, ma per fortuna ci abbiamo riso su fino alla fine del viaggio.

 

E tra normali difficoltà intestinali, ustioni e bolle di insetti e animali con sostanze orticanti e questa volta senza congiuntivite - anche quest’anno purtroppo, dopo soli venti giorni, siamo tornati in Italia. Qualcuno ci ha seguito….la larva della mosca tumba nella natica destra di mio marito!!

 

 

Vorrei fare delle ultime considerazioni, dicendovi quanto siamo stati bene con gli amici artisti del balletto Nazionale, con i migliori percussionisti del Senegal, con la famiglia di Sena che ci ha ospitato e accolto amorevolmente tutti questi anni. Tutte persone allegre, umili, disponibili, pazienti. A volte bastano sorrisi per farti felice per tutta la vita.

Finalmente, dopo quattro anni, ho portato mia madre…. a riposare... in Africa.

La madre di una persona qualunque (come me) si è finalmente riunita alla madre di tutte le madri, L’Africa!

Dama bëgg wax (vorrei dire)

Jërëjëf Senegal (grazie Senegal)

 



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