Mangi dem keur gi

di Cristina Seynabou Sebastiani

 

caldo, così opprimente che i pensieri ti si appiccicano in testa e annegano nell’umidità della notte e non capivo se ero a dakar o in uno strano sogno.

 

 

 

 

vapori, gas di scarico del ndjaga ndjay, odore di pesce marcio che mi si attacca alle narici.

le case crescono ovunque, apparentemente senza un ordine, un piano regolatore, un controllo, e le guardavo dal finestrino del taxi senza riuscire a dargli un senso.

 

le strade prendono direzioni impensate, attraversano spianate e campi, quartieri ordinati e perfetti, mercati straripanti, agglomerati di case addossate le une alle altre, il traffico è intenso e compatto e ti dà tutto il tempo di odiarlo e di desiderare di essere lontana di lì mille miglia.

 

 

…ma perché non ho scelto di andare la mare??

 

 

 

 

questo secondo viaggio in senegal è dedicato a dakar e soprattutto è la messa alla prova del mio immaginario su questo paese: quindi niente vacanza da tubab, da bianchi, ma la città e la vita reale sono quello che mi interessa.

 

e la città e la vita reale sono quello che per i primi giorni incredibilmente mi respinge: ma come?!

io che da mesi dico che voglio vivere in senegal dopo esserci stata una sola volta per due paradisiache settimane al mare, che racconto a tutti che questo paese è il mio Destino, la mia Casa, la riscoperta della mia Natura Nascosta…!

io che frequento la comunità senegalese di milano da anni, conosco due o tre fasi di wolof, cucino con impegno un ceebu ginaar che fa ridere e preparo un ginger pietoso.

 

io che ho letto i libri di senghor e sankarà, abasse ndione e amadou korouma, che conosco le opere di cheikh amadou bamba e capisco la differenza tra un bin bin e un djalldjally, tra il dutè e il bissap.

io che porto anche con tanto orgoglio un nome senegalese…!

…adesso che finalmente sono arrivata…

…adesso che finalmente questa città ha la fortuna di avermi qui, testimone del suo splendore…!

…invece mi accoglie con tutta la sua franca ostilità, inspiegabile diffidenza o nel migliore dei casi con una sovrana indifferenza!

 

sono arrabbiata, anzi! sono indignata!

 

è stupido, ma i primi giorni ero davvero delusa, e arrabbiata per essere delusa, e shockata per essere arrabbiata…

ma è quello che succede quando si mitizza un luogo (o una persona): la realtà è sempre meno affascinante del sogno, al primo impatto.

 

faceva talmente caldo che devo aver sudato fuori, a goccioloni, anche tutte le sciocchezze che mi ero portata dietro, e dopo qualche giorno ho cominciato ad avere uno sguardo più lucido e a imparare a conoscere dakar, ndanka ndanka, in tutto il suo reale splendore.

 

e così finalmente comincio a girare per la città, imparo a contrattare sul prezzo di qualunque cosa, dal taxi all’acqua minerale, alle collanine da turisti, provo a cavarmela da sola, a parlare un francese a pezzetti, ad attraversare la strada senza farmi travolgere, a non fare caso al clacson continuo dei taxi che ti chiamano, a rispondere ai bambini che gridano “tubab! tubab!”, a dire bonjour a chiunque incroci il mio sguardo, a mangiare quello che mi offrono anche se ho appena pranzato.

mi sveglio la notte con le zanzare che tentano disperatamente di trapassare la zanzariera e ascolto il silenzio della tensione dei cavi dell’elettricità che attraversano la spianata davanti casa, il richiamo alla preghiera vicino e lontano, i camion che cominciano a mettersi in movimento con grandi sgasate e penso che davvero, in maniera diversa da come mi ero aspettata e del tutto nuova, questa città comincia ad appartenermi.

 

è una sensazione calda e confortante, una mano che mi accarezza la testa.

 

una domenica facciamo una gita a tubab djalao, 30km a sud di dakar, sulla petit cote, luogo turisticamente rinomato, villaggio che ospita un’ardente comunità rasta locale, spiaggia bianca, lunghissima e affollata, oceano ondoso e opaco, ville danarose e un’assurda costruzione tra il barocco e il visionario appoggiata a picco sul mare.

una bella giornata, con tutta la famiglia, i bambini vocianti, il sole a picco, ceebu jen piccante e mango succoso.

 

 

 

rientriamo che è già buio e dopo il primo tratto in clandò ci fermiamo al parcheggio a cercare un ndjaga ndjay, come all’andata: tra la stanchezza, la folla, l’impossibilità di capire come funziona una cosa così semplice come prendere un autobus, i ndjaga ndjay che passano senza guardare e senza fermarsi minacciando di travolgerti e vomitando scarichi pestilenziali, l’irritazione è a livelli di guardia.

 

 

 

 

 

finalmente troviamo posto per tutti, saliamo in fretta, i bambini in braccio, stretti sui sedili affollatissimi di gente che come noi è andata a passare una giornata al mare, controlliamo di esserci tutti e si parte: sono seduta sul corridoio, senza schienale e tengo una mano attaccata al sedile davanti, per non crollare addosso alla mia vicina: questo fatto diverte molto un ragazzo due posti più in là che morto dl ridere mi chiede che cosa mi faccia tanta paura da stare così aggrappata… rido con lui, ma vorrei spaccagli la faccia…

poi qualcuno si mette a cantare, non so cosa, tutti cantano, forse la versione senegalese dei cori del milan o forse qualche canto nazional popolare con punte di oscenità da bar che offendono alcune delle ragazze più avanti o forse solo qualche canzonetta conosciuta da tutti, il fatto è che mi passa tutto, e mi ritrovo di nuovo felice, ascolto, cerco di capire, mi viene da ridere a vederli così sguaiati e resi fratelli dall’essere per caso sullo stesso pulmino. passa un’ora, siamo a casa, dobbiamo scendere, ma avrei continuato quel viaggio ancora a lungo.

 

anche questa volta, come già durante il primo viaggio, è il mercato il posto dove mi sento più a mio agio: credo di aver fatto il giro di sandagà, sola o in compagnia, almeno dieci volte in un mese e ogni volta ho visto posti diversi.

e’ difficile, quasi impossibile, riuscire a camminare da sola senza che qualcuno non ti si appiccichi addosso: se fai finta di niente sperando che se ne vada, generalmente si offende e ti chiede perché tu, tubab in visita, ti permetti di non salutare e di non rispondere; allora ti scusi e gli chiedi come sta e a quel punto sei finita, non se ne va più e deve per forza portarti a vedere la sua boutique. se invece gli dai corda subito il risultato è lo stesso, non se ne va più, ti stordisce di chiacchiere e finisci per lasciare il mercato carica di cose che non avresti mai comprato ed un prezzo assurdamente alto.

ho imparato a freddarli con un awma xalis (non ho soldi): la maggior parte delle volte ridono a sentirti tentare il wolof, ma spesso poi ti lasciano stare.

se appena mi fermo a guardare una bancarella, o l’interno di una boutique, la scena è di nuovo la stessa: l’unica è imparare l’arte di valutare quello che voglio comprare senza fermarmi, un’occhiata finta indifferente, tipo non-fate-caso-a-me-che-tanto-non-compro, intanto che mentalmente calcolo quello che potrebbe costarmi  in base alle indicazioni ricevute a casa (“non pagare un vestito più di 2000 cfa e assolutamente non una calebasse più di 1000 cfa”…), decido se mi interessa davvero e se è il caso di fermarmi ad affrontare il rituale: in dieci secondi, guardando altrove, si compie il destino della maggior parte  miei acquisti!

se decido che quegli anelli o quel tessuto mi interessano davvero funziona così (l’ho imparato da un amico senegalese che è riuscito a farci comprare dei veri bogolan ad un prezzo ridicolo): guardi, chiedi il prezzo, ti indigni perché è troppo alto, cerchi di dimostrargli ragionevolmente che non vale tutti quei soldi, ascolti il suo prezzo, rilanci, sorridi molto, il suo prezzo è sempre troppo altro ma gli dici che comunque quella cosa ti piace, vorresti davvero comprarla, insisti ma mantieni la posizione, scherzi un po’, lui non cede, lo guardi, scuoti la testa con aria delusa, saluti, ringrazi e te ne vai: generalmente non fai più di dieci passi, poi ti senti chiamare e puoi esultare perché l’affare è concluso.

 

più parlo con la gente, più sperimento la sensazione di essere esattamente dove devo essere, più mi rendo conto che è solo una sensazione, che ha ben poco di logico.

sono comunque una straniera, comprendo la metà di quello che mi dicono, ma mi perdo in certi sguardi, nei gesti quotidiani della gente, nelle cerimonie lunghissime dei saluti, nel suono di questa lingua.

i senegalesi dicono che gli italiani cantano, che la nostra lingua suona musicale alle loro orecchie: a me il wolof sembra una pioggia sui tetti, un linguaggio da folletti, sassi che rotolano lungo un fiume, e godo nell’ascoltarla anche se non capisco nulla.

 

 

 

 

 

 

 

donne così perfettamente dritte e armoniose, movimenti lenti e sguardo indifferente, riempiono i vestiti come io non farò mai, portano colori che io non porterei mai e sono sempre e comunque elegantissime, anche se stanno lavando i panni in un grosso catino in cortile

 

 

 

     
 

o si sono appena svegliate

o se ne stanno tranquille al mare;

 

gestiscono intere famiglie senza scomporsi troppo, riescono comunque a mettere insieme il pranzo con la cena e a occuparsi di mille e più occasioni sociali, a qualunque condizione appartengano.

 

 

 

 

 

 

 

gli uomini invece sono diversi, sono uomini, sono quelli che ti proteggono, che ti spiegano la Vita, che si muovono in giro per la città dietro ad affari e occupazioni serie.

         

 

 

 

siamo stati a ngor, e a gorèe; mi sono persa per medina

fino a che un ragazzo mi ha chiesto se ero amica della tubab dell’atelier e mi ha portato da lei sotto una pioggerella che mi infradiciava i sandali e infastidiva le capre fuori dalle case.

 

     

 

ho visitato diligentemente il plateau, il palais presidentiel, la cattedrale cattolica e la grand mosquèe costruita dal re del marocco.

 

 

 

     

la mosquèe de la divinitè invece è a yoff

ed è stata costruita proprio in riva la mare, dopo che qualcuno ha sognato di doverlo fare e l’ha fatto, leggende dicono, con l’aiuto degli angeli: in effetti ha qualcosa di molto speciale.

 

 

un hamburger a dakar consiste in un pane tipo mc donald’s riempito con cane trita pressata, un uovo, formaggio, pomodoro e patatine fritte: una vera bomba!

ho mangiato chawarma nei posti più strani, fataya e caffè touba in baracchini impensabili, pizza con emmenthal e panini strapieni: ma quello che mi dà un vero brivido di godimento è la dibiterie…ce ne sono di tutti i tipi, ma quella dove sono stata era un ex garage con l’ingresso quasi interamente occupato dal forno a legna, in cui cuoceva il montone a pezzetti: appena è pronto lo portano su un pezzo di carta spessa e si mangia tutti insieme, come sempre e rigorosamente con le mani, questa carne che ti scotta le dita e che ha un sapore incredibile, forte, aspro; ti sporchi di unto fino alle orecchie ma esci di lì con la sensazione di aver fatto un enorme peccato di gola, uno dei peccati più gustosi in assoluto!

 

questa città comincia ad appartenermi, ma quanto più la conosco ed entro in relazione con le persone, tanto più mi rendo conto degli abissi incolmabili che a volte ci separano.

donna, tubab, ma ospite: un’insieme di caratteristiche che mi fanno sentire accolta e respinta allo stesso tempo.

accudita e sorvegliata insieme.

per me si accende il ventilatore e si mandano i ragazzi a comprare da bere, per me le attività della famiglia si fermano, tutti mi vengono presentati: mi sento un’ospite importante, so che tutti gli ospiti sono importanti in senegal, e questo mi fa sentire bene.

tutti sono piacevolmente colpiti quando dico di essere musulmana…

ma nessuno mi prende sul serio, gli occhi diventano due fessure di diffidenza: recitami la fath’ia…ma le fai le preghiere…? cinque volte al giorno..?…

ma come?! mi arrabbio: le donne in senegal non vanno in moschea e quasi non pregano, tranne le più anziane; quando chiedo alle donne di casa qual’è la direzione della mecca, per fare le preghiere, suscito un coro di risate… ma gli uomini, ai quali è evidentemente attribuito compito di vigilanza sui buoni costumi sociali si sentono in dovere di pormi sotto esame: sei buona o cattiva musulmana?

diffidenza…sei carina, per essere una tubab, ma stai attenta a quello che dici…

non credo che mia madre, fervente cattolica, si sarebbe sentita in dovere di controllare la veridicità di quanto dichiarato dal mio amico joe, cattolico del togo, durante una cena di qualche anno fa.

 
 

in spiaggia c’è un gioco diffuso, si chiama chi-si-porta-a-casa-la-tubab : sembrano le danze dell’accoppiamento dei pavoni, stessa naturalezza nell’esporre la merce, stessa sfrontatezza nel indurti a comprare, indorandoti la pillola con notizie di contorno… sai, ho studiato, sai, parlo 12 lingue, sai mio papà ha dei terreni qua e là…

 

se però si improvvisa una partita di pallavolo o si forma un gruppetto intorno ad uno stereo…nessuno ti invita a partecipare, a giocare, a unirti al gruppo…

 

 

loro là, tu qua, sotto il tuo ombrellone, a fare i conti per la prima volta in vita tua con il fatto, incontestabilmente esposto sotto gli occhi di tutti, tranne i due pezzettini di tessuto colorato del bikini, di avere la pelle bianca, di venire da lontano, di essere diversa.

 

dopo i primi approcci (e ben lontana dalla spiaggia) smetti di essere diversa, di essere la tubab che dice di essere musulmana, di essere la turista danarosa: smetti così tanto che la famiglia che ti ospita e le persone che hai conosciuto diventano un po’ la tua famiglia, e quando parti sono tristi.

 

l’aeroporto della partenza è un luogo estremamente più brutto di quello dell’arrivo: la notte, appena fuori dalla sala del check in, è più buia, il caos e le voci più opprimenti, l’odore di fumo più soffocante, il caldo più appiccicoso che mai.

sono stanca di piangere perché significa l’inizio della nostalgia, stanca di promettere che tornerò presto visto che non so quando e come avrò la possibilità di tornare, stanca di non essere capace di esprimere tutto quello che sento in questo francese che non è la mia lingua… stanca di ringraziare perché mi sa di definitivo, stanca di viaggiare e di lasciarmi dietro pezzi di radici.

stringo mani, ricevo e do abbracci che mi ricacciano nella mia solitudine, ascolto le ultime raccomandazioni e vedo facce tristi, ma rassegnate, io parto, loro restano qua; loro continueranno senza di me, come facevano prima di me.

io torno indietro, ma senza di loro, verso un luogo dove non c’è nulla, nulla di tutto quello che ho trovato qua.

 

 



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